Da quando è entrato in carica come Presidente delle Filippine, nel Giugno dello scorso anno, Rodrigo Duterte si è rivelato essere una grande sorpresa per tutto lo scacchiere geopolitico mondiale. Vincendo le elezioni con ampio margine, “Rody” (come viene soprannominato in patria) si è subito imposto come l’“uomo forte” di cui il suo Paese, corroso da criminalità e corruzione, aveva bisogno.

La sua peculiare politica di tolleranza zero verso il crimine organizzato, che aveva avuto già riscontri positivi nella città di Davao (dove Duterte ha esercitato la carica di sindaco dal 1988 al 2016), ha attirato l’attenzione e le critiche della comunità internazionale, in particolar modo degli Stati Uniti. Sono balzate agli onori della cronaca, infatti, la creazione di squadroni della morte incaricati di eliminare fisicamente i criminali, anche solo sospetti; ha inoltre proposto un severo coprifuoco per i minorenni, e la reintroduzione della pena di morte (eliminata nel 2006). Visto così, il Presidente filippino non sembra molto diverso da un dittatore brutale, che domina sull’arcipelago filippino con metodi marziali a dir poco. Eppure, tale giudizio sarebbe pesantemente condizionato da una propaganda spietata contro la sua persona.

Difatti, un altro punto focale della sua attività politica è un forte allontanamento da Washington, per avvicinarsi invece ai paesi africani, alla Russia, e, soprattutto, alla Cina. Proprio con i cinesi, Duterte intende porre fine alle dispute sul Mar Cinese Meridionale tramite degli accordi pacifici, ponendo così fine a decenni di tensione in quell’area. Un cambiamento così radicale nella politica di un paese del Sud-Est asiatico rappresenterebbe per gli USA un grave indebolimento nel cosiddetto “Pivot to Asia”, nome dato dall’amministrazione Obama alla serie di azioni, diplomatiche e militari, volte a scongiurare l’espansione cinese nell’Asia Sud-Orientale.

Prima del suo arrivo alla presidenza, le Filippine erano solide roccaforti statunitensi, e questo ha reso Rodrigo Duterte un personaggio scomodo. Diventa giusto, quindi, agli occhi dell’amministrazione a stelle e strisce, tacere sui lati più positivi del suo governo. Nulla si è detto, infatti, sulle sue proposte di tregua e di dialogo pacifico con i vari gruppi armati presenti sull’isola, dai separatisti islamici di etnia Moro, ai guerriglieri comunisti (con questi ultimi vi è stata un’affinità maggiore, essendo Duterte un socialista); altro suo progetto, è quello di “ridistribuire” il potere in tutto il territorio nazionale, eliminando così l’epiteto dispregiativo della “Manila imperiale”, dove viene decisa praticamente la totalità degli affari interni ed esterni, isolando così le zone periferiche dell’arcipelago. A proposito delle periferie, inoltre, vi è il proposito, parallelo alla lotta alla criminalità, di sradicare una volta per tutte la miseria, che attanaglia soprattutto i territori interni, sostituendola con lo stato sociale.

Molto più facile, quindi, far leva sui “diritti umani”, sulle esecuzioni sommarie di criminali da parte degli squadroni della morte, che mostrare la realtà dei fatti. Duterte rappresenta una nuova speranza per i filippini, riuscendo a dare stabilità e sicurezza interna ad un paese che da decenni soffre del crimine organizzato e del terrorismo.

Difficile stabilire quale sarà il futuro dell’amministrazione di Rodrigo Duterte. Se già con Obama si erano avuti degli screzi, dovuti al temperamento focoso del Presidente filippino, risulta difficile pensare che con il neoeletto Trump la situazione possa cambiare. Come già detto, Duterte si è subito detto pronto alla collaborazione con Pechino; comportandosi in questo modo, egli diverrebbe una vera e propria spina nel fianco per un futuro tentativo di indebolimento della Repubblica Popolare.

Se le Filippine diverranno un solido alleato di Pechino, o se torneranno ad essere un avamposto USA, non ci è dato saperlo. Certo è che il rischio di un’ingerenza straniera è molto alto (magari con il pretesto della “minaccia alla democrazia”), e proprio in queste settimane si hanno notizie di una ripresa delle ostilità da parte dei gruppi di estremisti islamici legati all’ISIS (Abu Sayyaf in primis). Conviene, quindi, aspettare i prossimi mesi, che saranno fondamentali per avere una visione più completa e chiara di tutto ciò.

Di Giuseppe Cammarano

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