In questi giorni impazza, sul web e sui telegiornali, l’immagine di un piccolo bambino birmano di etnia Rohingya, minoranza mussulmana situata tra Myanmar e Bangladesh. Il piccolo è riverso sulla riva di un fiume, morto annegato.

Stava attraversando il fiume che fa da confine tra il Bangladesh e lo stato birmano del Rakhine. Nella regione, infatti, la minoranza mussulmana è pesantemente perseguitata dal governo centrale; in migliaia, quindi, tentano la fuga, e così anche la famiglia del bambino, di nome Mohammed Shohayet. Purtroppo, la barca di fortuna su cui viaggiavano si è rovesciata, con le sue tragiche conseguenze. La vicenda ha colpito particolarmente l’opinione pubblica, essendo l’immagine molto simile a quella del piccolo Aylan, affogato sulle spiagge dell’Egeo poco più di un anno fa.

A ogni modo, questa cruda storia fornisce un importante spunto di riflessione sul presente e sul futuro del Myanmar (o Birmania che dir si voglia), e sul suo leader, Aung Saan Suu Kyi. È lei, difatti, in qualità di Consigliere di Stato, a reggere davvero le redini del potere, non l’effettivo presidente Htin Kyaw. E fu sempre lei, negli scorsi anni, a premere per una transizione dal pluridecennale governo della giunta militare, a una forma repubblicana vera e propria. Nel suo intento, grande è stato il supporto da parte occidentale, interessato a determinare il tracollo del governo della giunta; questo poiché, sotto il loro governo, il Myanmar era vicino (economicamente, militarmente, e geograficamente) alla Cina. Di conseguenza, Aung Saan Suu Kyi non poteva non divenire una vera e propria “eroina democratica”, simbolo della lotta non-violenta contro una feroce dittatura. È stata premiata con un Nobel nel 1991 (ma ritirato soltanto nel 2012), e svariati gruppi musicali, dagli U2 ai Coldplay, le hanno dedicato brani musicali ed eventi artistici; fu perfino girato un film su di lei, The lady. L’intero Occidente sembrava, quindi, commosso ed estasiato di fronte alla vittoria di Aung Saan.

Questo, però, fino a qualche anno fa; pian piano, infatti, si fanno strada le critiche mosse, ad esempio, da ONG come MSF o Amnesty, le quali, tutt’un tratto, scoprono le persecuzioni verso vari gruppi etnici, come i Karen o i già citati Rohingya. Improvvisamente, Aung Saan Suu Kyi non sembra poi così diversa dai militari che hanno retto il paese fino a pochi anni fa.

Un cambiamento così radicale della sua figura, agli occhi dell’Occidente, non è però casuale. Al pari dei precedenti governanti, il Consigliere di Stato, superate le incertezze sorte sotto la presidenza di Thein Sein, sembra aver scelto nuovamente come principale referente Pechino, con accordi economici di vario genere (il Myanmar soffre di una grave carenza di infrastrutture, sanitarie e scolastiche); nei prossimi tempi, simili partnership nasceranno, probabilmente, anche con paesi come il vicino Vietnam o con la Russia.

È triste constatare, quindi, come la leader birmana, prima venerata e poi vituperata, sia stata usata, al pari di un fantoccio, in un grande gioco di potere. Ora che costei si appresta a cercare una politica alternativa alla dipendenza da Washington, verrà facilmente diffamata; un “modus operandi”, questo, ormai tristemente noto.

Sembra opportuno, di conseguenza, ritenere che questa sottile ma inesorabile campagna propagandistica continuerà ancora per un bel po’ di tempo. Al di là di qualsiasi previsione, resta l’amara sensazione che questa donna sia un ennesimo burattino, sfruttato per interessi geopolitici, e buttato via quando inopportuno.

Di Giuseppe Cammarano

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