“Solchi Sperimentali” è il nome del variegato progetto firmato Antonello Cresti e dedicato alle “musiche altre”, quelle che non trovano spazio all’interno dei canali ufficiali. Dopo l’uscita del primo volume nel 2014 per la Crac Edizioni di Marco Refe, il saggista fiorentina ha poi indagato nelle lande più oscure della nostra penisola con “Solchi Sperimentali Italia” (2015), fornendo una visione a 360 gradi della scena musicale nostrana, tra recensioni e interviste. A distanza di un anno, il progetto si è poi allargato fino a divenire quasi un vero e proprio movimento artistico, inglobando festival in diverse città, una casa discografica (per cui è recentemente uscito un CD tributo a Claudio Rocchi) e un ambizioso film con Francesco Paladino, che verrà realizzato prossimamente grazie a una fervente campagna di crowdfunding.

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Partiamo dall’inizio. Come è nata l’idea del primo libro di “Solchi Sperimentali” e la vostra collaborazione?

Antonello Cresti Il mondo editoriale italiano è, generalmente, talmente pavido che sarebbe criminale “distrarsi” quando accade qualcosa di rilevante… Io dunque avevo seguito i primi passi di Crac Edizioni, mentre Marco Refe, credo, aveva letto il mio “Come to the Sabbat”; ci siamo incontrati, ci siamo comunicati apprezzamento reciproco e ci siamo ripromessi di collaborare assieme. La formula dei “Solchi Sperimentali”, è stata sin dall’inizio piuttosto concertata e una volta partiti poi non ci siamo più fermati!

Marco Refe Ho conosciuto Antonello a Firenze, in occasione di una doppia presentazione, e abbiamo preso subito in considerazione l’idea di una collaborazione, dalla quale poi è nato il primo “Solchi sperimentali. Una guida alle musiche altre”. L’idea originaria era quella di un volume dedicato alla musica sperimentale italiana, che poi ha preso forma più compiuta nel secondo volume, quel “Solchi sperimentali Italia” che ha avuto un’ottima ricezione nel mondo sonoro “altro” e che ha dato vita – come auspicavamo – a una miriade di derivazioni, fedele allo spirito del libro e al nostro stile di ricerca.

 

Antonello, qual è stato l’ “impulso creativo” che ti ha guidato nella ricerca? Gli artisti di cui hai trattato provengono dalle più diverse estrazioni, sia politiche che musicali. In qualche maniera, sono tutti però dei personaggi che vanno contro al sistema. Questa tua scelta è stata dettata anche da una tua visione politico-sociale, oltre che musicale?

Antonello Cresti L’impulso creativo iniziale è stato piuttosto semplice… La volontà di scrivere di qualcosa che amo (è questa la molla che mi anima sempre) e di fare un prodotto che, da lettore, avrebbe interessato anche me. Per il resto la questione che sollevi è centrale, ma più complessa: non so infatti se in me sia nato prima il fascino verso certe frequentazioni culturali oppure la tendenza a vivere in maniera “agonistica” l’esistente. E’ probabile che le due cose siano andate di pari passo, anche perché, andando avanti nelle mie ricerche, ma anche vivendo la mia vita, mi rendo sempre più conto di come cercare di dare uno spessore non massificato all’opera creativa e vivere un po’ da paria siamo dimensioni inscindibili. Come potrebbe essere altrimenti? L’idea di “uomo a una dimensione” veicolata in maniera sempre più invasiva dalla società infatti sta accentuando la componente resistenziale di qualsiasi attività sia portata avanti nelle nostre vite. Figuriamoci un po’ di che sorta di reietto sia per il Sistema quell’artista che persegue una ricerca anti-utilitaristica… Al momento dunque non sono neanche più di tanto interessato al tipo di ribellione messa in campo dai fautori della musica che mi interessa, ma mi limito a registrare come il paradigma della “alterità” (parlo di “musiche altre” proprio per questo) sia in realtà un contenitore ben più ampio di una normale definizione stilistica.

L’idea di “uomo a una dimensione” veicolata in maniera sempre più invasiva dalla società infatti sta accentuando la componente resistenziale di qualsiasi attività sia portata avanti nelle nostre vite.

Da studioso della cultura britannica, quali trovi che siano le differenze più evidenti tra le “musiche altre” italiche e quelle inglesi? Quanto pensi che il substrato culturale e politico abbia influito sulla loro definizione?

Antonello Cresti Io ritengo che in una società che in maniera barbarica sta facendo volgere tutto alla massificazione, all’Unico, un vero antidoto verso questa forma totalitaria sia la valorizzazione delle differenze. Anche perché, a mio avviso, tra i tanti orribili razzismi che animano il genere umano, l’idea che l’Umanità debba tendere inesorabilmente ad un modello solo, mi sembra particolarmente aberrante. Per questo, anche in musica, bisogna difendere e valorizzare le differenze, quelle individuali ovviamente, ma anche quelle che sono retaggio di una vicenda culturale e storica più ampia. Non è un caso che le scene musicali che vengono ricordate a distanza di decenni sono quelle che abbiano saputo esprimere delle peculiarità e non ricercato il mero “effetto fotocopia”. Il caso del prog italiano è paradigmatico. Al di là quindi del caso britannico e di quello italiano io vedo il mondo della creatività (che è cosa opposta al Mercato…) come un enorme tavolozza di colori, sulla quale ciascuna scena nazionale mette le tonalità ad essa più affini. E’ da questa policromia che nasce l’incanto collettivo.

 

Quando hai capito che “Solchi Sperimentali” poteva divenire un progetto multimediale, fino a comprendere festival itineranti e perfino un’etichetta discografica?

Antonello Cresti In generale sono poco attratto da coloro che amano esprimersi ex cathedra, senza alcun cimento o azzardo. Ho sempre cercato l’impurità e la contaminazione nel mio lavoro. Nello specifico di “Solchi Sperimentali” la molla è scattata durante gli eventi di presentazione del primo volume, quando ho visto negli occhi delle persone presenti una scintilla che non esito a definire “militante”. Da questa esigenza che ho percepito, unita alla mia è nata questa grande avventura.

 

Ritorniamo “su carta” con una domanda per Marco. La Crac Edizioni vanta un catalogo di saggistica musicale molto ampio, spaziando dal black-metal al punk, fino a personaggi come Federico Fiumani e Ivan Graziani. In tutta questa diversità, quale pensi sia il filo conduttore delle tue scelte editoriali?

Marco Refe La “mission” di Crac, sin dalla sua fondazione nel 2011, è quella di dar spazio alla musica innovativa, specie italiana, che trova poco agio nel panorama editoriale nostrano. Tieni conto che nel 2011 – solo cinque anni fa – le case editrici italiane specializzate su temi musicali erano pochissime e la maggior parte di esse si dedicavano a stampare biografie, prevalentemente tradotte, di questo o di quel “gigante” del rock. La mia idea era invece quella di far emergere scene musicali o artisti che hanno contribuito a innovare il linguaggio musicale all’interno di generi più o meno codificati, e di farlo attraverso percorsi originali, affidati a giornalisti o a studiosi. E’ così che nasce infatti la serie dedicata al metal italiano, il cui esordio è dovuto alla splendida biografia di Steve Sylvester; ma anche i libri sul punk, caratterizzati da uno stile eterodosso, il libri dedicati a Faust’O/Fausto Rossi o ai Boohoos, il saggio su Ivan Graziani – uno degli autori più innovativi all’interno di un linguaggio cantautoriale che rischiavo di apparire asfittico e autoreferenziale – o la recente biografia dedicata a Federico Fiumani, che con i Diaframma e come solista ha rappresentato una pietra miliare del rock italiano, rappresentandone anche le sfaccettature proprie dei decenni trascorsi.
Poi ci sono i libri più “enciclopedici” e che per forza di cose eccedono la scena italiana, ma non la ignorano: il tomo dedicato al Folk Metal – unica trattazione del genere al mondo – la recente “guida” al Black Metal, il rock cantato in italiano di “Va pensiero”, la No Wave.

In una società che in maniera barbarica sta facendo volgere tutto alla massificazione, all’Unico, un vero antidoto verso questa forma totalitaria sia la valorizzazione delle differenze. Anche perché, a mio avviso, tra i tanti orribili razzismi che animano il genere umano, l’idea che l’Umanità debba tendere inesorabilmente ad un modello solo, mi sembra particolarmente aberrante.

Francesco, com’è nata invece la tua collaborazione con Antonello per il film “Solchi Sperimentali”? Pensi che in Italia sia mai stato tentato un simile progetto nell’audiovisivo?

Francesco Paladino Scriviamo sullo stesso magazine rock “Rockerilla” e ci siamo trovati durante la tournèe di Antonello riguardante il primo volume di “Solchi sperimentali”. E’ nata una profonda amicizia prima di tutto, qualcosa di profondo e non speculativo. Proprio mentre si parlava di mille cose ho buttato lì che “si potrebbe fare una fiction del libro”… Pensavo che Antonello ci avrebbe riso sopra, invece ha preso sul serio la mia “boutade” e ci siamo ritrovati a lavorare gomito a gomito. Io sono più sedentario, lui è errabondo; ma questo facilita i nostri crossover. E’ bello lavorare con chi ritiene tutto fattibile e nulla impossibile. Io sono di quella scuola: devi osare e fregartene. Sappi comunque che tutto è fatto con profonda onestà, con vera voglia di comunicare e con il cuore in mano.

 

Ho letto che in passato hai collaborato con alcuni importanti musicisti per realizzare dei cosiddetti “trancefilm”. Ci spiegheresti in cosa consistono?

Francesco Paladino Sì, collaboro spesso con musicisti che stimo: da Martyn Bates a Timothy Renner, da Simon Fisher Turner (abbiamo fatto un lavoro con Maria Assunta Karini per la Silentes) a Greg Lake e Joe Boyd. Di Joe sta per essere distribuito nei festival ad hoc un mio documentario esclusivo. Trancefilm sono film che generano attesa, che sfruttano la riflessione sonora e la applicano al frame video. Sono quadri in movimento. Ho lavorato con Alio Die, Opium facendo trancefilm e con Degennaro, mitico chitarrista americano.

 

Concludo con una domanda collettiva. Quali sono i progetti in cantiere per il 2017? Dopo il film, per cui ricordiamo è ancora attivo il crowdfunding, cosa dobbiamo aspettarci ancora da “Solchi Sperimentali”?

Antonello Cresti Ho intenzione di dedicare molte energie alla diffusione del film “Solchi Sperimentali Italia”, perché se il progetto è nato è principalmente per tentare di portare le nostre “musiche altre” in contesti nuovi ed inaspettati. Ma parallelamente non starò certo fermo, tra festival ed iniziative varie. Inizieremo, a cura mia e di Valerio D’Onofrio, una collana editoriale che si chiamerà “Solchi Sperimentali Novecento” ed ho un paio di progetti editoriali che, qualora dovessero andare in porto, sarebbero uno shock per parecchi. Ma è quello che voglio. Guai a dare punti di riferimento troppo statici!

Marco Refe Crac indagherà ancora la scena musicale italiana: a febbraio ci concentreremo sull’evento mainstream dell’anno (Sanremo ovviamente!) dedicando un volume agli “alieni” che hanno calcato il palco dell’Ariston, una puntatina nel cinema di genere, un libro dedicato alla musica in Dylan Dog e un lavoro di ricerca in ambito Prog, ma come sempre a modo nostro (quindi non aspettativi i soliti grandi nomi del prog, quanto piuttosto il recupero di suoni e nomi dimenticati). Inoltre, nel 2017 sarà inaugurata la collana editoriale dedicata alle “musiche altre”, curata da Antonello Cresti, la cui prova generale è stata affidata al libro di Leonardo Arena dedicato a Giacinto Scelsi. E poi qualche altra sorpresa…

Francesco Paladino La saga di Solchi io penso che continuerà. Passeremo probabilmente alla fase “diffusione capillare”. E dovrò rinunciare alla mia sedentarietà… Ho in cantiere un film su Vivaldi con protagonista principale Marco Bellocchio, ma di quello parleremo eventualmente in altra sede.

 

Per chi è interessato è possibile partecipare al crowfunding del film di Solchi Sperimentali e preordinarne una copia.

Di Valeria Ferro

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