Lunedì 16 gennaio negli Stati Uniti si festeggerà il “Martin Luther King Day”. A tal proposito, riportiamo dal sito counterpunch.org la bella riflessione di David Krieger, Presidente del “Nuclear Age Peace Foundation”.

«Martin Luther King è stato uno dei più grandi promotori di pace. È stato, come Gandhi prima di lui, un risoluto propugnatore della non-violenza. Nel 1955, ventiseienne, si pose alla guida del boicottaggio degli autobus di Montgomery (a seguito dell’episodio di Rosa Parks, ndr) e due anni dopo fu eletto a capo del “Southern Christian Leadership Conference”. Da lì a neanche dieci anni, trentacinquenne, sarebbe stato insignito del Premio Nobel per la Pace. Il premio arrivò due anni dopo la crisi dei missili di Cuba del ‘62, che il mondo intero seguì con tanta apprensione.

Merita d’esser riletto il discorso che, nel dicembre del ’64, Luther King tenne al conferimento del Nobel. Faceva il paragone fra il progresso tecnologico dell’umanità e il nostro progresso spirituale, e giudicava che noi fallissimo nel conservare la pace dello spirito. Diceva: “V’è una sorta di povertà di spirito che resiste all’abbacinante contrasto con la nostra ricchezza scientifica e tecnologica. Più ricchi siam divenuti materialmente, più poveri siam divenuti moralmente e spiritualmente. Abbiamo imparato a volare come gli uccelli del cielo e a nuotare come i pesci del mare, ma non abbiamo imparato il semplice vivere insieme, da fratelli”.

Il marcato divario fra il progresso tecnologico dell’umanità e la povertà spirituale indusse Luther King a trarre questa conclusione: “Se al giorno d’oggi vogliamo sopravvivere, va eliminato il nostro ‘ritardo’ morale e spirituale. Più ampie capacità materiali sono un pericolo se, in proporzione, non vi è una crescita dell’anima. Quando ciò che sta ‘al di fuori’ della natura umana soggioga il ‘di dentro’, nere nuvolacce di tempesta cominciano a formarsi nel mondo”. Egli riteneva che il “ritardo” spirituale dell’umanità trovasse espressione in tre mali fra loro connessi: l’ingiustizia razziale, la povertà e la guerra.

Quando Luther King si mise ad approfondire il tema della guerra, parlò della “diuturna minaccia di annientamento”: si riferiva, chiaramente, al pericolo delle armi atomiche. Riconoscendo i gravi rischi della negazione, del rifiuto della verità circa le difficoltà dell’”era atomica”, proseguiva: “Una guerra mondiale – Dio non voglia! – lascerà solo ceneri ardenti a muto testimonio dell’umana razza, condotta inesorabilmente, dalla propria stessa follia, alla morte definitiva. Se dunque l’uomo moderno continua a scherzare senza remore con la guerra, trasformerà la sua casa terrena in un inferno cui nemmeno l’immaginazione di Dante potrebbe dar forma.

Luther King andava quindi realizzando quanto segue: “Possiamo in qualche modo trasformare la lotta per il potere nel mondo da una corsa negativa agli armamenti nucleari – che nessuno può vincere – a una competizione positiva per sfruttare il genio creativo dell’uomo al fine di costruire pace e prosperità, cosicché tutte le nazioni del mondo ne traggano beneficio. In breve, dobbiamo cambiare la corsa agli armamenti in una ‘corsa alla pace’. Se abbiamo la volontà e la determinazione di lanciare questa ‘offensiva di pace’, potremo spalancare delle porte sinora ben sigillate e trasformare l’imminente ‘elegia cosmica’ in un salmo alla realizzazione creativa.

Un anno prima del suo assassinio (4 aprile 1968), Luther King tenne un sermone alla Riverside Church di New York molto critico della Guerra in Vietnam. Molti dei suoi collaboratori insistettero perché non ne parlasse ma si limitasse a concentrarsi sul movimento per i diritti civili, ma egli sentì che era giunto il momento, poiché silenzio significava tradimento, e scelse di esprimere il suo punto di vista. Parlò con franchezza della Guerra in Vietnam alla luce della sua morale e la attaccò, per il grande dispiacere di Lyndon Johnson e di molti altri politici americani. Oltre a dire la sua sulla guerra, si mise a sostenere che non le testate nucleari avrebbero sconfitto il comunismo e invitò a riformulare le nostre priorità in ordine al perseguimento della pace, non della guerra. Affermò: “Una nazione che anno dopo anno continua a spendere più per la difesa che per il sollievo sociale è al limite della morte spirituale”.

Se fosse ancora fra noi, senza dubbio Martin Luther King sarebbe molto critico delle continue guerre degli Stati Uniti, dal Vietnam in avanti, e del piano di spendere mille miliardi di dollari per “aggiornare” l’arsenale nucleare. Dalla sua morte, il divario fra la nostra abilità tecnologica e i nostri valori morali/spirituali ha continuato ad allargarsi. Faremmo bene a dare ascolto alle sue intuizioni e a seguire la sua visione, se intendiamo avere qualche possibilità di invertire la spirale negativa che sta conducendo la Nazione alla “morte spirituale”».

(Traduzione di Lorenzo Amarotto)

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