Sono passati pochi giorni dal triste anniversario del terremoto che ha colpito Haiti nel gennaio 2010. Il bilancio tragico ha accertato 230 mila vittime, oltre 300 mila feriti e un milione e mezzo di sfollati. Negli ultimi sei anni, però, l’isola è stata dimenticata dall’opinione pubblica e pare essere rimasta una preoccupazione solo per le associazioni no profit che continuano a operare sul campo, portandovi denaro e attrezzature o attuando progetti sociali. Nell’ultimo periodo i media internazionali sono tornati a parlare dell’attuale situazione haitiana, ma solo per riferire l’esito delle elezioni presidenziali, svoltesi nel novembre 2016. Il voto si sarebbe dovuto tenere in ottobre, come di consuetudine, ma per via dell’arrivo dell’uragano Matthew è stato posticipato al mese seguente. Il presidente ad interim Jocelerme Privert, il quale ha guidato il Paese per un anno durante una grave crisi politica, ha affermato che le elezioni sarebbero state cruciali per ridonare stabilità al Paese e ha perciò sollecitato la popolazione a recarsi ai seggi, nonostante i grandi disagi causati dal cataclisma. L’esito è stato ufficializzato solo all’inizio dell’anno nuovo, attribuendo la vittoria in modo definitivo a Jovenel Moïse, rappresentante del partito di centrodestra Parti Haïtien Tèt Kale (PHTK). Il candidato aveva già vinto la tornata elettorale dell’ottobre 2015, che era stata però annullata in seguito alla denuncia di brogli. All’epoca aveva ottenuto poco più del 30% dei voti, che sono saliti al 55,67 % con le ultime votazioni.

Il voto si è tenuto in circostanze estremamente precarie, non solo per via della devastazione del post-uragano. Attraverso le fotografie dei corrispondenti stranieri si evoca uno scenario caratterizzato da una grave instabilità sociale: come riportato dalla BBC, dopo il cessato allarme alcuni convogli che portavano aiuti umanitari nelle zone più duramente colpite sono stati assaltati, costringendo i caschi blu a intervenire per sedare le sommosse. Molti haitiani continuano infatti a vivere in un grave stato di sottoalimentazione. Inoltre, c’è il problema dell’epidemia di colera, scoppiata in seguito al terremoto del 2010 e che non è stata ancora placata del tutto. Diverse fonti, tra cui il periodico “Internazionale”, ne hanno imputato la responsabilità a un accampamento dei caschi blu, giunti nei Caraibi dal Nepal, che sono stati indicati come i portatori della malattia. A inizio 2017 le Nazioni Unite, nella persona dell’ormai ex segretario generale Ban Ki-moon, hanno ammesso le proprie responsabilità per la cattiva gestione dell’emergenza sanitaria, sebbene non abbiano dichiarato apertamente le cause del contagio.

A questa situazione già sfavorevole si aggiungono gli annosi problemi che hanno caratterizzato l’isola sin dall’arrivo dei primi europei e degli schiavi africani: povertà e ineguaglianza. Nella repubblica haitiana esistono, più che in ogni altro Paese dell’America Latina, situazioni nettamente contrastanti, sia in ambito di ricchezza personale che di livello di istruzione. Secondo quanto rilevato da un’indagine di Caritas Italiana (gennaio 2016), il 10% della popolazione è estremamente ricco e vive in quartieri lussuosi dotati di ogni comfort, mentre due haitiani su tre vivono negli slum con meno di due dollari al giorno. È sconcertante la differenza tra Pétionville, dove vive parte dell’élite haitiana, e Cité Soleil, che nonostante il grazioso nome è un quartiere in cui persino la polizia ha paura a entrare, perché totalmente in mano alla criminalità locale.

In realtà, Haiti possiede delle risorse non irrilevanti, che potrebbero allargare gli orizzonti rispetto al mero sfruttamento turistico del territorio costiero. Ad esempio, vi si produce un riso di ottima qualità. Il problema è che mancano macchinari specifici, innovazione tecnica e investimenti. Le poche aziende sono proprietà di un ristretto cerchio di famiglie abbienti e la maggior parte della popolazione produce da sé quel che consuma e non destina i suoi prodotti alla commercializzazione. Inoltre, l’isola sta subendo un grave degrado ecologico, che si manifesta principalmente nello scivolamento della terra coltivabile verso il mare, frutto di un processo di disboscamento estremo che in cinque secoli avrebbe portato la copertura forestale dell’isola dall’80% al 2% (dati Caritas italiana, gennaio 2016).

Considerando il quadro generale della situazione, si tratta di una sfida non indifferente per il nuovo leader dell’isola haitiana. Nel suo sito personale si può leggere che è nato a Trou du Nord il 26 giugno 1968, un autentico “natif-natal” creolo, figlio di una sarta e di un meccanico con la passione per l’agricoltura. La biografia di Jovenel Moïse indugia sulla sua formazione ed esperienza e lo descrive come un imprenditore agronomo di successo e «un modello innegabile» per la società haitiana, capace di «trasformare un sito votato all’abbandono in un progetto integrato di sviluppo sostenibile». Il suo approccio imprenditoriale è stato visto come la chiave per risollevare l’economia del Paese e dare un’occupazione alla sua gente. Tuttavia, c’è molto lavoro da fare prima che si possa finalmente rimuovere Haiti dalla lista dei 14 Paesi più diseguali del mondo, stilata dalla CIA, che comprende inoltre Lesotho, Sudafrica, Sierra Leone, Repubblica Centrafricana, Namibia, Honduras, Zambia, Guatemala, Hong Kong, Colombia, Paraguay, Cile, Panama. Nel frattempo, la maggior parte del popolo haitiano dovrà continuare ad affrontare ogni sorta di avversità e cataclisma, nella sofferenza comune e in balia della microcriminalità, ma pur sempre con quella forza fisica e psicologica che li rende tanto meritevoli di ammirazione.

Di Erika Lisa Panuccio

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