Il 7 Gennaio scorso è morto a Teheran, all’età di 82 anni, l’ex Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Akbar Hashemi Rafsanjani. Egli non è stato solo il Presidente, ma anche uno dei fondatori della Repubblica Islamica nel 1979 insieme agli Ayatollah Ruhollah Khomeini e Ali Khamenei. Nacque il 25 Agosto del 1934 da una famiglia benestante di imprenditori agricoli, studiò teologia, e fu imprigionato durante il regime dello Scià. Egli fu uno dei consiglieri più stretti di Khomeini, e protagonista di tutte le vicende politiche più importanti della Repubblica.

Come comandante in capo delle forze armate iraniane, decretò il cessate-il fuoco nel 1988 nella guerra con l’Iraq scoppiata nel 1980. Nel 1989, Rafsanjani, capo del Parlamento, fu l’astuto manovratore che fece nominare Khamenei, allora Presidente della Repubblica, come Guida Suprema, dopo la morte di Khomeini che avvenne in quell’anno. Egli presentò una lettera-testamento firmata da Khomeini, in cui dichiarava che dopo la sua morte, Khamenei sarebbe diventato Grande Ayatollah e Guida Suprema dell’Iran. Rafsanjani diventò Presidente della Repubblica con due mandati fino al 1997. Dalla morte di Khomeini, i rapporti tra i due iniziarono ad essere tesi. Entrambi avevano idee politiche contrapposte sul futuro dell’Iran. Rafsanjani era favorevole all’apertura verso il liberalismo economico, alle privatizzazioni, ed al miglioramento dei rapporti con gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Al contrario Khamenei voleva seguire il percorso della rivoluzione conservatrice ed anti-imperialista di Khomeini; il famoso motto “Nè Occidente, nè Oriente”, (che nel ’79 significava autonomia dal blocco statunitense e da quello sovietico) per un Iran sovrano e difensore della propria identità culturale.

Nel 2005 perse le elezioni presidenziali contro il conservatore Mahmoud Ahmadinejad, ex sindaco di Teheran, e nel 2009 appoggiò il Movimento Verde che accusava Ahmadinejad di brogli elettorali. A causa di questo, il Consiglio dei Guardiani (organo della Guida Suprema) gli vietò la ricandidatura nel 2013. Il Movimento Verde è di tendenza progressista e riformista, a cui appartenevano due dei figli di Rafsanjani che furono incarcerati, e di cui la figlia, Faezeh Hashemi, attualmente è una delle attiviste principali. Rafsanjani sostenne la candidatura dell’attuale Presidente della Repubblica, Hassan Rouhani, esponente centrista vicino alle idee riformiste. Con la morte di Rafsanjani, il Presidente Rouhani perde un prezioso alleato in vista delle prossime elezioni presidenziali di Maggio. Rafsanjani è stato uno dei mediatori del tanto acclamato accordo sulla limitazione del programma nuclerare iraniano a Vienna nel 2015 con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in cambio dell’annullamento delle sanzioni economiche. Ma adesso tutta la parte politica moderata-riformatrice, senza Rafsanjani, deve affrontare un vuoto politico incolmabile, che si evidenzierà con le prossime elezioni.

Con la visita in Italia nel 2016, Rouhani ha voluto mostrare un paese in crescita, ma fino ad ora è stato uno specchietto per le allodole. Le sanzioni economiche degli Stati Uniti e dell’Unione Europea non sono state tolte, e la stima di crescita del PIL al 5% annunciata dal Governo di Teheran, si basa solo sulla futura revoca delle sanzioni. Sanzioni che, ironia della sorte, hanno salvato l’Iran dalle turbolenze economiche (l’abbassamento del prezzo del petrolio) che hanno colpito duramente economie emergenti come il Venezuela. Per ora la via iraniana al Capitalismo di Rouhani ha prodotto solo una stretta alle centrifughe nucleari, mettendo a rischio la sicurezza del paese.

L’abbandono del nucleare ha dei precedenti storici con l’Iraq di Saddam Hussein e la Libia di Muhammar Gheddafi. E tutti conoscono la fine tragica di questi due paesi.
L’Iran deve continuare a difendere i principi della rivoluzione del ’79, quelli della sovranità nazionale ed economica, e dell’anti-imperialismo, per non cadere nella trappola progressista del neoliberismo. Vedremo nel prossimo futuro se il popolo iraniano vorrà continuare l’incognita del riformismo.

Di Dario Zumkeller

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