Molte parole si sono spese a proposito delle azioni di hackeraggio informatico che la Russia avrebbe condotto durante la corsa presidenziale statunitense al fine di aiutare il candidato repubblicano Donald Trump. Secondo l’intelligence community, la Russia ha sia fatto breccia nei server del Partito Democratico e del chairman della campagna elettorale di Hillary Clinton John Podesta, rivelandone i contenuti compromettenti, sia diretto una campagna “propagandistica”, soprattutto sui social media, per favorire Trump. Benché i reports delle agenzie d’intelligence lascino in più punti a desiderare, è facile credere, allo stato attuale delle cose, che da organi legati alla Federazione Russa siano partite azioni di hacking (lo stesso Trump, dopo uno specifico briefing, si è detto di questo parere). Difficile è invece credere che queste azioni abbiano avuto un effetto, anche limitato, sul risultato elettorale.

Ma se lo “spionaggio russo” è stato sulle copertine dei giornali negli ultimi mesi, è degli ultimi giorni la notizia che anche l’Ucraina avrebbe interferito nel processo elettorale americano, con intenti però opposti a quelli della Russia. Se infatti è facile comprendere i motivi per cui la Russia può aver caldeggiato l’ascesa di Trump, allo stesso modo si intuiscono le ragioni per cui al governo ucraino avrebbe fatto molto piacere una Hillary Clinton dentro lo Studio Ovale. La candidata democratica, difatti, si era fatta sostanzialmente difensore dello status quo in politica estera, propendendo anzi per un approccio più netto e assertivo rispetto a quello di Obama. Alla luce della postura “aggressiva” del Cremlino, non era possibile, per la Clinton, una distensione fra Mosca e Washington: probabilmente, anzi, una volta alla giunta alla Casa Bianca, i rapporti fra i due paesi si sarebbero fatti ancor più tesi. In questo quadro, gli Stati Uniti avrebbero offerto sostegno ancor maggiore all’Ucraina, in cui nel 2014, dopo la fuga di Viktor Janukovič, è stato installato un governo filo-occidentale e antirusso presieduto dal magnate del cioccolato Petro Poroshenko. Diverso sembra invece essere lo scenario con Donald Trump, intenzionato ad “andare d’accordo” con Putin e a “ripensare” la NATO; il neo-Presidente a suo tempo disse anche che non aveva alcuna intenzione di armare le formazioni paramilitari di matrice neonazista (i cosiddetti “battaglioni volontari”, molti dei quali inquadrabili nel movimento di estrema destra Pravy Sektor) che spesso, nelle regioni separatiste dell’Ucraina sud-orientale, hanno fatto il lavoro sporco per conto di Kiev. Uno scenario che non può certo allettare il governo di Poroshenko.

L’Ucraina avrebbe così deciso, tramite soprattutto la sua ambasciata a Washington, di aiutare la candidata democratica, secondo quanto riportato dall’insospettabile sito Politico. Diversi funzionari ucraini hanno pubblicamente messo in dubbio che Trump sia qualificato a ricoprire una carica così alta e, accanto a figure del Democratic National Committee, si sarebbero messi alla ricerca di informazioni che avrebbero potuto danneggiare Trump e i suoi consiglieri.

A questa operazione farebbero capo anche i documenti resi pubblici su Paul Manafort – capo della campagna elettorale di Trump durante l’estate 2016 -, che l’hanno condotto a rassegnare le dimissioni in favore di Steve Bannon. Manafort, infatti, era stato consulente politico dell’ex Presidente ucraino, il filorusso Viktor Janukovič, e da lui – il condizionale è d’obbligo – avrebbe ricevuto diverse tangenti (“kickback payments”), oltre ad essere in affari con altri oligarchi.

Ad offrire una chiave interpretativa della situazione è un parlamentare ed ex giornalista investigativo ucraino, Serhiy Leshchenko, che in un’intervista al Financial Times afferma:

Per me era importante mettere in mostra non solo la corruzione (di Manafort), ma anche che lui (Trump) è un candidato filorusso che può scompaginare gli equilibri geopolitici mondiali.

Ed il giornale osserva che la candidatura di Trump ha fatto sì «che i vertici politici di Kiev facessero qualcosa che prima mai avrebbero tentato di fare: ingerire, ancorché indirettamente, in un’elezione americana.»

Di Lorenzo Amarotto

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