Nella mattinata di lunedì 23 gennaio, dopo un incontro con esponenti dell’industria americana, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, appena insediatosi alla Casa Bianca, dalla scrivania dello Studio Ovale ha firmato tre ordini esecutivi di un certo spessore. Il primo decreta il ritiro ufficiale degli USA dal Trans-Pacific Partnership; il secondo congela le assunzioni a tempo indeterminato da parte del governo federale (eccezion fatta per il settore delle forze armate); il terzo ripristina la “Mexico City Policy” (che già fu di Reagan), ovvero sospende ogni finanziamento federale destinato a organizzazioni non-governative che pratichino o promuovano l’aborto all’estero.

L’intento del Trans-Pacific Partnership (che avrebbe incluso Stati Uniti, Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam) è quello di creare un’area di libero scambio soggetta a forti regole comuni, nella quale i dati e la proprietà intellettuale delle compagnie siano rispettati, e alla base vi è l’idea che può beneficiare gli USA e i suoi partner asiatici, livellando il mercato ed eliminando tasse non necessarie. Il TPP nasce da un decennio di colloqui fra Washington e i suoi partner regionali, ed è il più corposo trattato di libero dopo il North American Free Trade Agreement (NAFTA), siglato nel 1994 fra Stati Uniti, Messico e Canada. Il TPP era pietra d’angolo della politica strategica asiatica dell’Amministrazione Obama, il cosiddetto “Pivot to China”, intesa a contenere la Cina in ascesa (che dall’accordo è esclusa, assieme alla Corea del Sud) e a riaffermare l’egemonia statunitense sulla regione.

Ora, però, avvenuto il cambio della guardia alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno solennemente cestinato un progetto di cui all’inizio erano stati i più attivi sostenitori, un progetto la cui morte sembrava ormai solo da ufficializzare, dacché il Congresso non aveva mai ratificato il Partenariato trans-pacifico. Donald Trump, infatti, non ha mai nascosto profonda contrarietà per questo genere di trattati di libero scambio, considerati dannosi per i lavoratori e le aziende americane, e additati ad emblema vivido del liberismo globalista e globalizzatore – fase estrema, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, dell’internazionalismo liberale – di cui gli Stati Uniti si sono fatti cantori e promotori, ma contro al quale hanno cominciato a levarsi le voci sempre più rabbiose di chi da questa globalizzazione si sentiva lasciato indietro e svantaggiato; e alle istanze di questa gente Trump promette risposte. Proprio a riguardo del TPP Trump disse:

Danneggerà la nostra economia e la nostra indipendenza. Il TPP darà vita a una nuova commissione internazionale che prenderà decisioni non sottoponibili a veto da parte del popolo americano, rendendo più facile ai nostri competitori commerciali inondare il mercato americano di prodotti di scarsa qualità, permettendo al contempo a paesi stranieri di continuare a bloccare le nostre esportazioni. Il TPP abbasserà le tariffe sulle auto straniere, non facendo nulla contro le procedure straniere che impediscono alle nostre auto di essere vendute in quei paesi.

Al libero mercato, al “free trade”, secondo Trump va sostituito un mercato giusto, equo (“fair trade”).

Non stupisce affatto, quindi, che il neo-Presidente abbia bocciato sonoramente il Partenariato. Come non stupisce che sia stato durissimo anche contro il TTIP (che però è ormai naufragato, anche per la contrarietà di buona parte d’Europa) e il NAFTA (che Trump intende rinegoziare).
C’è tuttavia chi sostiene che l’abbandono del TPP avvantaggerà la Cina, che anche il nuovo inquilino della Casa Bianca vuole contenere. Alcuni infatti pensano che senza un deciso engagement (di carattere più economico-politico che militare) degli USA nella fascia asiatica del Pacifico, il colosso cinese sarà libero di perseguire i propri interessi e di espandersi nella regione.

Di Lorenzo Amarotto

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