In occasione dell’uscita del suo ultimo disco Pietra e Legno, Valerio D’Onofrio ha avuto occasione di scambiare alcune parole con Alessio Betterelli, la persona che è dietro Varunna, un progetto musicale quasi ventennale che rappresenta il lato migliore della musica italiana ostinatamente diversa. Quello che ne è uscito è un’intervista che supera l’ambito musicale e ci parla, in questo momento di profonda crisi morale, del futuro della Sardegna, dell’Italia e dell’Europa e della loro gioventù.

 

Ciao Alessio, partiamo subito dall’inizio; come nasce il progetto Varunna?

Saluti! e grazie per l’interesse. Varunna nasce sul finire degli anni novanta, avevo vent’anni, l’urgenza e la necessità di veicolare la mia rabbia. La musica era una missione , collaboravo strettamente con gli amici Der Blutharsch e l’etichetta HauRuck!, ogni concerto era una avventura… Abbiamo girato più volte l’Europa ,suonato ovunque ..una struttura musicale semplice e minimale, mi concentravo sul testo, in italiano tassativamente, senza traduzioni per il pubblico d’oltralpe, senza censure, senza postproduzione. Ora Varunna rimane la mia finestra sul mondo, la mia parentesi comunicativa, qualcosa che serva a far capire a mio figlio chi è suo padre e a mio padre chi è suo figlio.

Caserme Rosse, da Pietra e Legno, l’ultimo album.

La tua musica viaggia su coordinate neo-folk spesso intimista; nelle tue influenze citi però musicisti molto diversi tra loro, spaziando da Tenco ai Joy Division, fino addirittura alla musica classica.

Ho iniziato con una cover di Adamo (tanto tempo fa per una compilation) e magari finirò con un’altra cover di Adamo… Mi ha sempre affascinato la amalgama sonora degli anni sessanta, quel tappeto di suoni così riconoscibili e così malinconici… Nel tempo ho ascoltato di tutto, sono cresciuto con il black metal norvegese, la darkwave e il filone industrial, quando avevo bisogno di pulire le orecchie mi affidavo a Wagner o al White Album dei Beatles, quando cucinavo gli spaghetti per le amiche mettevo su Django Reinhardt o la caselli… La mia musica è solo la pallida imitazione del suono che si palesa nella mente quando arriva una canzone nuova… Il limite del trasporre ciò che si può solo immaginare su un supporto fisico… Ora ascoltare musica è diventato un lusso che non sempre posso permettermi, il tempo è il nemico (come diceva qualcuno)… Comunque nove volte su dieci metto su vecchi dischi… i CCCP, Ronin, Calibro 35… Ma anche i vecchi lavori dei Death in June, i Mum, Slowdive…

C’è stato un tempo in cui volenti o nolenti bisognava essere schierati da una parte o dall’altra. C’è stato un tempo in cui si pagava per ciò che si faceva e si diceva. Un tempo nel quale la politica parlamentare e extraparlamentare contava qualcosa. Prendiamo spunto, non lasciamoci convincere che non contiamo più niente. Il messaggio per i giovani è uno soltanto, forte e chiaro: leggete, studiate, allenate la mente, addestrate il corpo, allenate la mira.

Spesso nei tuoi testi parli di guerra, di anni di piombo, di caduti di schieramenti diversi; c’è un messaggio a cui tieni particolarmente, che vorresti che passasse?

C’è stato un tempo in cui volenti o nolenti bisognava essere schierati da una parte o dall’altra. C’è stato un tempo in cui si pagava per ciò che si faceva e si diceva. C’è stato un tempo in cui si correvano rischi tutti i santi giorni, rischi seri. C’è stato un tempo nel quale i giovani e i meno giovani scherzavano di meno e ragionavano di più, un tempo nel quale la politica (parlamentare e extraparlamentare) contava qualcosa. Prendiamo spunto, non lasciamoci vivere, non lasciamoci convincere che non c’è più niente da fare. Non lasciamoci convincere che non contiamo più niente. Il messaggio per i giovani è uno soltanto, forte e chiaro: leggete, studiate, allenate la mente, addestrate il corpo, allenate la mira.

 

In un mondo che si definisce post-ideologico, dove l’unica ideologia dominante sembra quella capitalista, la generazione odierna – a differenza delle precedenti – si trova senza punti di riferimento ;cosa ti senti di dire a un giovane a cui la società sembra insegnare solo il culto del denaro?

Sono tempi duri, questo è innegabile… Ma lamentarsi non serve a niente e a nessuno. Ai giovani dico di aggrapparsi al proprio paese, fare proprie le tradizioni dei loro vecchi, amare la propria Patria e fidarsi delle proprie genti. Imparate a difendervi e a difendere la vostra terra, credere in tutto quello che vi rende più forti, spegnete i tablet e trovatevi a discutere, a litigare, a imparare, organizzatevi. Imparate ad ascoltare e a farvi ascoltare. Siate fieri di essere italiani.

 

Pietra e Legno, dall’ultimo omonimo album.

Sei molto legato alle tradizioni della tua Sardegna, vista però in un’ottica italiana e poi europea; cosa ne pensi dell’odierno progetto europeo e dei movimenti anti-euro che stanno crescendo negli ultimi anni?

La mia Isola mi ha insegnato tanto, nel bene e nel male, difficile in due parole descriverti cosa possa dare e quanto possa togliere allo stesso tempo, un luogo dove la luce ha un altro colore, dove il cibo ha un altro sapore, dove il tempo per molti aspetti si è fermato. Ho imparato a conoscere i vicini della madre Europa nei lunghi tour degli anni passati, ogni popolo con le sue caratteristiche peculiari, con un diverso senso civico, con un diverso senso dell’umorismo… Hanno provato a convincerci che siamo tutti europei e per certi versi è vero, poi è successo quello che è successo con l’emorragia di profughi e clandestini. Gli stessi governanti che parlavano di unità di intenti e spazi si sono affrettati a costruire muri e barricate… Siamo tutti isole in fondo… Una moneta unica da sola non serve a niente.

La Sardegna è un mondo a sé, un’isola troppo lontana e troppo bistrattata. Terreno fertile per imprenditori senza scrupoli che esauriti i fondi EU spariscono da un giorno all’altro. Colonia militare americana e poligono a cielo aperto per esperimenti di qualsiasi genere. Per alcuni un paradiso terrestre e per altri una gabbia dorata. Vedo però nelle nuove generazioni una forte voglia di riscossa…

Quanto la tua musica è legata alla tua terra? Io ho sempre visto la Sardegna come una regione quasi indifferente alla storia dei paesi che gli stanno intorno, come fosse un’isola che va avanti per la sua strada, con la sua cultura che non si lascia influenzare dall’esterno, mi sbaglio?

Sono nato a Macomer, luogo conosciuto ai più perché li si faceva il CAR e gran parte delle reclute italiane da li sono passate… Da giovane assorbivo come una spugna tutto quello che passava, i fuochi della tuva (antica tradizione pagana poi dedicata a S. Antonio) come le tape dei Darkthrone, le sfilate dei mammuthones come i cd di Burzum. La Sardegna offriva boschi, feste pagane e canto a tenore e io ne facevo un mix… Ovviamente appena ho potuto ho preso un aereo e sono corso a cercare altro, ancora non sono tornato, se non per brevi periodi, ma ogni volta che mi viene in mente una nuova melodia, un nuovo mucchio di parole da mettere in musica è come se quei boschi tornassero, insieme a tutta l’acquavite. Tendenzialmente hai ragione, la Sardegna è un mondo a sé, un’isola troppo lontana e troppo bistrattata dalle compagnie dei trasporti per essere realmente influenzata dalle altre culture, una terra venduta a chi ha pagato e talvolta a chi ha solo promesso, come tutte le zone disagiate è stata terra di conquista per l’industria chimica e petrolifera, il solito ricatto del lavoro in cambio della salute; è terreno fertile per imprenditori senza scrupoli che esauriti i fondi EU spariscono da un giorno all’altro… Colonia militare americana e poligono a cielo aperto per esperimenti di qualsiasi genere (vedi il salto di Quirra). Un’industria del turismo che si barcamena tra eccellenze e mediocrità… Per alcuni un paradiso terrestre e per altri una gabbia dorata. Vedo però nelle nuove generazioni una forte voglia di riscossa e un forte spirito imprenditoriale nonostante le catene della burocrazia “continentale”, ragazzi che scelgono di vivere nell’isola e che combattono per farla crescere e questo mi fa ben sperare. Sarebbe un territorio perfetto per un esperimento politico e sociale di autonomia, se solo ci fosse la volontà di farlo, altro che euro, altro che dormitorio per rifugiati vari…

 

Il tuo nuovo album è “Pietra E Legno”, ce ne parli?

Siena, per le solite ragioni di lavoro e di “nomadismo”. Mi è tornata voglia di suonare dopo “Ferro e Ruggine”, ho trovato un buono studio di registrazione a Colle Val D’Elsa e ho iniziato a registrare. “Pietra e Legno” è venuto da sé… Il tema del viaggio in sostanza, viaggio in un luogo più metafisico che reale, viaggio nel complesso sistema dei ricordi che diventano miti quando si tratta di salutare persone che non ci sono più o scrivere dei tempi d’oro, quando l’energia e la speranza non mi abbandonavano mai… Parlo delle radici, dello scampanellio del gregge di pecore fuori dalla finestra, della foresta infinita e delle pietre bianche che il mare della mia giovinezza continua a corrodere, di cieli infiniti e spazi aperti, quando rimangono solo quattro muri attorno e servono idee per andare avanti a testa alta e con il petto in fuori.
“Italia”, un pezzo scritto di getto e registrato in cinque minuti, so bene che si dovrebbe ragionare, ci si dovrebbe fermare un attimo a riflettere ma io non ci sono mai riuscito… E’ la mia dichiarazione d’amore al Paese, nel bene e nel male.
Hanno collaborato con me alcuni vecchi e cari amici: Lina Baby Doll che per l’occasione ha cantato in Italiano e ha incorniciato come solo lui sa fare “una vita” (un pezzo per me importante), Svart1 ha suonato per me il [d]ronin (strumento nuovo e made in Sardinia a metà strada tra l’analogico e il digitale, interessantissimo a mio parere), Dennis Lamb ha voluto per l’ennesima volta regalarmi un momento speciale con la sua chitarra in “Gli Anni Dorati”, Vincenzo e la sua SpqrLabel che dopo la mia decisione di lasciare la HauRuck! è stato un prezioso aiuto e sprone morale oltre che materiale. Degno e naturale sostituto. Credo che la nostra collaborazione continuerà per lunghi anni. Angelo Desole ormai storico grafico e videomaker, per me insostituibile. Un uomo che per quanto mi riguarda con Varunna ha carta bianca. Vito, ottimo fonico e tecnico (tra l’altro la gran parte degli strumenti usati in registrazione (precision, telecaster, la martin acustica, l’hammond e tanti altri) sono suoi.

 

Progetti per il futuro?

Futuro, una parola che più passa il tempo e più mi piace… Il futuro è un limone da spremere e i miei progetti sono semplici: lavorare tanto e al meglio, dedicare tempo e energie alla mia Mala e all’educazione di mio figlio Nevio. Proseguire con l’agonismo nella disciplina del tiro rapido sportivo per arma corta e continuare a investire tempo e speranze nella musica, un lusso che spero di potermi permettere ancora nel tempo, perché la musica non paga materialmente (e chi dice il contrario mente) ma offre grandi soddisfazioni come la possibilità di viaggiare, di avere a che fare con persone simili quindi amiche, di lasciare traccia di sé, di rimanere impressi su un supporto fonografico o sul web fino a quando il web esisterà, quindi ,in sostanza, non morire mai. Proseguirò con gli interventi live, febbraio Milano, marzo Atene (per maggiori informazioni Facebook) e poi si vedrà.

Grazie per lo spazio concessomi e in bocca al lupo per la vostra nuova testata che reputo “diversa”(finalmente) e brillante.

 

Intervista di Valerio D’Onofrio

 

Commenti