Da una parte dell’oceano abbiamo un Presidente che definire sui generis sarebbe eufemistico, che intende segnare una cesura netta con la politica precedente, che desidera imprimere una svolta protezionistica all’economia del proprio paese brandendo la spada contro la globalizzazione e le sue élites e bandendo ogni correttezza politica: l’interesse nazionale soltanto deve essere la stella polare dell’azione di governo, che va improntata in primo luogo in favore dei lavoratori e delle famiglie americane.

Dall’altra abbiamo un Primo Ministro conservatore chiamato a Downing Street in un frangente particolarmente burrascoso, a seguito del referendum consultivo del 23 giugno 2016, in cui la maggioranza degli elettori britannici ha espresso la volontà di staccarsi dall’Unione Europea. Una Gran Bretagna, quella di Theresa May, che, nostalgica del proprio passato imperiale, necessita ora di un nuovo paradigma e di una nuova collocazione sulla scena internazionale. E la May, critica della “cittadinanza globale”, vede però in un “Regno Unito globale” il futuro della nazione.

Proprio la Brexit può essere il punto di partenza per una grande riconfigurazione, se non un vero e proprio rafforzamento, della “special relationship” fra le due potenze atlantiche, che risale allo stretto rapporto fra Churchill e Roosevelt, ma di cui si erano già poste le basi con Woodrow Wilson. E paradossalmente è Trump, non la May, ad aver sostenuto la Brexit, mentre quest’ultima, Ministro degli Interni con Cameron, era tiepidamente contraria. Massimo promotore dell’uscita dall’UE è invece Nigel Farage, grande sostenitore di Trump, a cui il neo-Presidente americano avrebbe promesso di reintrodurre il busto di Churchill nello Studio Ovale. Promessa mantenuta e apprezzata da Theresa May, in visita alla Casa Bianca venerdì 27 gennaio.

Primo punto di contatto fra i due è il commercio. Trump mantiene un approccio protezionistico, mentre la May sostiene un libero mercato globale in cui la Gran Bretagna occupi una posizione di prestigio. Ma proprio da questa diversità può nascere un fruttuoso incontro, perché il Presidente USA, che rigetta i grandi trattati di libero scambio, vuole coltivare le relazioni bilaterali (anche a carattere commerciale) con gli altri paesi. E Londra potrebbe giovarsene.

Vi è poi la questione NATO, sulla quale Trump si è dimostrato piuttosto ondivago. Da un lato infatti ha criticato con decisione l’Alleanza nord-atlantica, definendola “obsoleta” e impreparata a combattere il terrorismo, con tutto che i suoi membri europei non pagano quello che dovrebbero; ma dall’altro ha assicurato alla May che la NATO per lui è molto importante. La premier inglese ha quindi cercato di venire incontro a Trump, sostenendo che il “fardello dei costi per la difesa comune” dev’essere equamente condiviso. Entrambi, però, si sono mossi nella direzione di un rinnovato e rafforzato sforzo congiunto nella lotta al terrorismo, e da questa intesa potrebbe discendere un riorientamento della stessa NATO.

Anche sull’immigrazione i due leader hanno visioni che spesso combaciano: entrambi sostengono la linea dura. E se l’approccio di Trump è ormai noto, la May, da Ministro degli Interni, sosteneva che buona parte dei richiedenti asilo fossero “criminali stranieri” e che l’immigrazione di massa rende la società “meno coesa”. Da Primo Ministro sostiene che la Brexit “deve significare controllo di chi dall’Europa entra in Gran Bretagna”, ha posto un freno all’ingresso di rifugiati siriani e ha criticato la politica delle “porte aperte” attuata da Angela Merkel.

Se dunque ci sono le basi per un originale rilancio della “special relationship” britannico-americana, la stessa Theresa May ha chiarito che parlerà con franchezza quando ci sarà da criticare la nuova amministrazione statunitense, e già il governo di Londra non ha potuto non storcere il naso di fronte al bando promulgato da Trump, che vieta da subito, e per 4 mesi, l’ingresso sul suolo americano dei cittadini di sette paesi a maggioranza islamica.

Altro punto d’attrito è la Russia di Putin. Se da un lato Trump continua a mostrarsi “scandalosamente aperto” nei suoi confronti e sarebbe disposto a rimuovere le sanzioni, la May si mostra dura e invita alla cautela. La premier inglese ha definito le azioni russe in Siria “orrende” ed “esecrabili”, ed ha condannato l’annessione della Crimea e la “destabilizzazione dell’Ucraina orientale”. Mentre anche sull’ambiente e sul cambiamento climatico le differenze fra Londra e Washington sono piuttosto marcate.

La May e Trump saranno i nuovi Thatcher e Reagan? Difficile a dirsi: sono troppo diversi e il paragone non calza. Quel che è certo è che la “strana coppia” non piace a molti, specie nel Regno Unito, dove si sta firmando una petizione per vietare a Trump la prossima visita ufficiale nel paese.

Di Lorenzo Amarotto

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