L’Ordine Esecutivo sull’immigrazione da sette paesi a prevalenza islamica (Iran, Iraq, Siria, Sudan, Libia, Somalia e Yemen) recentemente firmato da Donald Trump ha provocato, dentro e fuori il paese, indignazione e proteste infuocate che obbligano a vagliare con attenzione il caso per capire se, all’impetuoso sdegno, corrisponda un’effettiva gravità delle misure decise dal neopresidente.
Se, infatti, buonsenso prevede che una reazione sia proporzionata all’azione che la determina, la veemenza della riprovazione internazionale al provvedimento del POTUS suggerirebbe che questi abbia compiuto un gravissimo abuso d’ufficio, firmando una legge arbitraria e disumana. E’ dunque davvero così? Quali sono, carte alla mano, gli inaccettabili contenuti della disposizione presidenziale sintetizzata sul web come #MuslimBan?

Il passaggio chiave per comprendere la questione appare nell’Ordine Esecutivo al comma c) della sezione 3, in cui il presidente stabilisce che <<l’ingresso negli Stati Uniti di stranieri dai paesi a cui si fa riferimento nella sezione 217 (a)(12) dell’INA, 8 U.S.C. 1187 (a)(12), sarebbe dannoso per gli interessi degli Stati Uniti, e col presente atto sospendo l’ingresso negli Stati Uniti, come immigrati o non immigrati, di tali persone per 90 giorni dalla data di questo ordine>>.

Senza entrare nei complicati meandri giuridici del disposto, il rimando citato è al “Visa Waiver Program Improvement and Terrorist Travel Prevention Act”, legge passata con voto bipartisan nel 2015, nel quale si decretava una lista di quattro paesi (Iran, Iraq, Siria e Sudan) i cui cittadini o persone che vi avevano viaggiato a partire dal 1 Marzo 2011 erano soggetti a restrizioni prima di essere accettati negli USA. Questa legge del 2015 venne poi seguita, il 18 Febbraio del 2016, da un’implementazione del Department of Homeland Security che aggiungeva ai quattro succitati paesi altri tre <>, vale a dire Libia, Somalia e Yemen.

Gli elementi fondamentali per comprendere la diatriba sono questi, e raccontano effettivamente una realtà diversa da quella in genere percepita, in cui Trump viene descritto come un despota scriteriato e xenofobo. Il suo Ordine Esecutivo, infatti, non crea ex novo alcuna lista di paesi né ne discrimina i cittadini in quanto musulmani, bensì fa implicitamente riferimento ai sette elencati nei due provvedimenti disposti sotto Obama e cita direttamente la sola Siria (senza mai nominare gli altri), i cui cittadini – a differenza di quelli degli altri sei Stati soggetti, come visto, ad una sospensione delle pratiche immigratorie di 90 giorni- sono banditi dall’entrare negli USA indefinitamente finché le dovute verifiche non assicureranno che <<l’ammissione di rifugiati siriani è compatibile con l’interesse nazionale>>.

In breve, il decreto trumpiano implementa – irrigidendole, ma solo in via temporanea- misure indicate da due direttive dell’amministrazione precedente sulla restrizione dei flussi migratori da specifici paesi martoriati da conflitti, dove la presenza di organizzazioni terroristiche è largamente attestata oppure – in particolar modo l’Iran- che intrattengono con gli USA rapporti molto problematici (in particolar modo l’Iran, indicato e lasciato da Obama nella lista, sebbene abbia sul piano politico trovato con Teheran un accordo sul nucleare criticatissimo da Trump, il quale ha fatto capire fin dalle primarie di voler rivedere o addirittura smantellare il “deal” iraniano).

Si tratta dunque di misure provvisorie ed in sostanziale continuità con l’orientamento seguito da Obama le quali, tenendo ad esempio in mente la crisi migratoria che sta colpendo l’Europa con tutte le problematiche conseguenti in termini di sicurezza (arruolamento e transito di jihadisti, attentati terroristici, aumento della criminalità, ecc.), costituiscono un provvedimento di ordinaria gestione dell’immigrazione in un contesto globale di crescita delle minacce terroristiche.
In conclusione, l’intensa controversia sull’Ordine Esecutivo sembra rientrare più nell’ordine della polemica politica (da approfondire in altra sede) che in quello di motivazioni giuridiche saldamente fondate nell’accusare Trump di una rottura col predecessore che, come mostrato, non sussiste.

Di Luca Dombré

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