Ci aspettavamo qualcosa di diverso dal neo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Nonostante le opinioni contrarie o favorevoli sul decreto del blocco dell’immigrazione temporaneo nei confronti di 6 su 7 paesi islamici in stato di guerra, (Siria, Libia, Iraq, Yemen, Sudan, Somalia), respinto da un giudice federale di Seattle, James Robart, risulta però incomprensibile e irrazionale aver incluso come settimo paese anche la Repubblica Islamica dell’Iran il quale non è coinvolta in nessun conflitto armato diretto, e non ha legami con il terrorismo islamico. Al contrario, Teheran fa parte di quell’asse sciita che combatte contro l’Isis in Siria insieme all’esercito repubblicano siriano di Assad e la Federazione Russa.

Dal magnate costruttore, esperto di bancarotte, ci si aspettava una strategia politica di distensione con Teheran, favorita anche dall’accordo sul nucleare condotta dall’amministrazione del precedente Presidente Obama, in cambio delle riduzioni delle sanzioni economiche (mai realizzate). Invece sono prevalsi i pregiudizi ideologici contro lo sciismo politico. Infatti il rapporto tra gli Stati Uniti, in particolare, tra la famiglia Trump e le monarchie sunnite dei petroldollari (Qatar, Arabia Saudita, Kuweit, Emirati Arabi Uniti), rimane indissolubile.

Si può comprendere che Trump non sappia nulla di teoria islamica, e non conosca la differenza tra il sunnismo e lo sciismo, ma nemmeno la nomina di Rex Tillerson come Segretario di Stato non è servito a molto. Tillerson era l’ex Amministratore Delegato di ExxonMobil, ed è una persona molto competente di mercati energetici, conosce molto bene il Medio Oriente, ed ha tuttora ottimi legami con l’Iran e la Siria. Quando era presidente dell’azienda, prima di diventare amministratore, concluse diversi affari con l’Iran, e per aggirare l’embargo si avvaleva di una società sussidiaria europea, la Infineum, dove la Exxon deteneva quasi la maggioranza delle azioni.

La reazione iraniana è stata di disgusto e delusione, anche perché i riformisti e i conservatori erano entrambi favorevoli alla vittoria di Trump. C’è frustrazione e rabbia in un paese che ha il secondo più grande patrimonio culturale al mondo dopo quello italiano martoriato dall’embargo e dall’isolamento che dura da decenni, e demonizzato dai mass media occidentali come “stato canaglia”. Si demonizza un paese di cui pochi l’hanno veramente vissuta sulla pelle; e quelli che realmente l’hanno vissuta parlano di un paese tollerante e rispettoso verso le altre culture, e le minoranze etniche presenti nel territorio. Quando un giornalista “di regime” inizia a scrivere sull’Iran, la tastiera del suo computer diventa un mitra su cui scaricare tutto il caricatore, conoscendo poco o nulla degli usi e costumi del mondo islamico, e glossando invece su quella che è la vera sfida che l’Iran sembra aver lanciato: la realizzazione di un modello sociale che coniughi la tradizione con lo sviluppo socio-economico.

Mai si scrive delle meravigliose moschee e mausolei, dei templi zoroastriani del periodo persiano, dei monumenti assiri, dei monasteri cristiani armeni, e della storia ultra-millenaria di questo paese. Con il blocco dei visti Usa e delle green cards agli iraniani, è infatti l’arte a farne le spese. Ashagar Farhadi, il regista iraniano, candidato all’Oscar con “Il Cliente” come miglior film straniero, e vincitore al Festival di Cannes come migliore sceneggiatura, si ritroverà molto probabilmente con il visto per gli Usa negato. Proprio lui che con il suo film ha voluto mostrare un Iran progressista in contrasto con la tradizione.

Anche se il potere giudiziario si è scagliato contro il decreto di Trump, il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato nuove sanzioni all’Iran contro 13 persone e 12 istituzioni per presunti legami con il terrorismo. E quali sarebbero i legami con il terrorismo? Gli Hezbollah libanesi che combattono contro l’Isis? Gli yemeniti zayditi in guerra contro l’invasione del loro paese da parte delle forze militari saudite e della Lega Araba?

Trump sta dimostrando di essere un piccolo leader di vedute ristrette in politica estera, dalla sua dichiarazione dell’uso della tortura come metodo efficace, ai rapporti ostili con i paesi socialisti in America Latina, come il Venezuela, la Bolivia, e Cuba, e non è un caso che dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, è riesploso in maniera cruenta il conflitto nel Donbass, nell’Ucraina Orientale.

Questo ci insegna che non è prudente usare toni trionfalistici sulle facce nuove che entrano nel teatro della politica, senza prima verificare ciò che realmente faranno dopo essere saliti al potere. Questo è l’errore compiuto da gran parte del giornalismo “dissidente” in Italia, che ha sfornato fior di articoli pro-Trump che si basavano sulle vaghe intenzioni della campagna elettorale, e su ipotesi astruse.

L’atteggiamento negativo di Trump nei confronti di Teheran è il segnale che poco o nulla cambierà nella strategia geopolitica di Washington, e che la svolta multipolarista americana agognata da molti è ancora tanto lontana.

Di Dario Zumkeller

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