È il Navy SEAL William “Ryan” Owens il primo soldato americano caduto oltremare da quando l’Amministrazione Trump ha preso il comando. Owens è morto durante un raid statunitense scattato all’alba di domenica 29 gennaio contro una costola del movimento terroristico Al-Quaeda, nota come AQAP, nella provincia di al Bayda. Il Pentagono ha dichiarato che l’operazione ha portato all’uccisione di 14 militanti islamisti. I medici accorsi sulla scena, tuttavia, hanno stimato a 30 i morti, fra cui una decina di donne e bambini. I civili che hanno perso la vita durante l’attacco sarebbero 15-16. Lo US Central Command ha affermato che, secondo le conclusioni di un team investigativo, “con tutta probabilità sono stati purtroppo uccisi civili non-combattenti”, aggiungendo che fra le vittime ci potrebbero essere anche dei bambini.

L’operazione era già stata valutata da Obama, che però non l’avrebbe ordinata per l’insufficiente supporto d’intelligence. Al contrario, alcuni ufficiali hanno dichiarato alla Reuters che Trump ha dato il via libera all’operazione nonostante l’insufficienza d’intelligence, di supporto terrestre e di rinforzi. Di conseguenza, dicono questi ufficiali, la squadra di Navy SEAL si è trovata ad attaccare una base di Al-Qaeda altamente rinforzata e difesa da mine, cecchini e da un contingente di estremisti islamici più numerosi del previsto e ben armati.
Di contro, però, un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato che l’operazione era stata scrupolosamente vagliata dall’Amministrazione Obama, e che il precedente Segretario della Difesa, Ashton Carter, l’aveva approvata: il raid sarebbe stato tuttavia posticipato per ragioni logistiche.

I tre ufficiali che hanno parlato alla Reuters e che hanno chiesto l’anonimato, hanno detto che “un brutale fuoco incrociato” è costato la vita ad Owens e ad almeno quindici donne e bambini yemeniti. Fra le vittime anche la figlia di appena otto anni di Anwar al-Awlaki, un militante ucciso nel 2011 da un drone americano.

Al-Awlaki era un cittadino americano di famiglia yemenita il cui assassinio suscitò molto scalpore e sollevò un polverone («Decidere di uccidere un cittadino americano è stata una delle cose più pesanti della mia presidenza» disse Obama). Nato nel 1971, a 19 anni Anwar si iscrive a ingegneria alla Colorado State University. Frequentando la moschea del campus scopre la sua vera inclinazione di predicatore religioso. «Sapeva parlare bene e aveva una bella voce», ricorda chi l’ha conosciuto in quegli anni. Il suo inglese perfetto, a differenza di quello di tanti imam immigrati negli Usa, gli permette di affascinare la folla, la sua arte oratoria fa il resto. I suoi sermoni in questa fase sono conservatori ma mai radicali. Nel 2000 appoggia addirittura la candidatura di George W. Bush alla presidenza e confida al padre il desiderio di essere invitato alla Casa Bianca. Al-Awlaki non arriva a tanto, ma si fa presto notare in città e viene invitato a tenere un sermone al Campidoglio. I suoi toni e il suo approccio educato lo rendono perfetto per rappresentare la comunità musulmana moderata. «Siamo il ponte tra l’America e un miliardo di musulmani nel mondo», afferma in pubblico.

L’11 settembre 2001 al-Awlaki apprende dell’attacco alle Torri Gemelle. Immediatamente condanna gli attentati. Il predicatore non sa ancora che l’Fbi, nell’ambito  di un’indagine sugli attentatori dell’11 settembre, lo sta tenendo sotto controllo e sta spiando tutti i suoi incontri. Lo scoprirà solo più tardi e andrà su tutte le furie. Il 22 marzo, in un sermone, descrive come la moglie e la figlia di un leader della comunità musulmana siano state perquisite da agenti uomini. La voce è furente: «Questa non è la guerra al terrorismo, questa è guerra all’Islam», grida dal pulpito. Dopo il 2005 la sua retorica si fa sempre più radicale. Nel 2006 viene arrestato a Sanaa in Yemen, trascorre 18 mesi in carcere senza accuse ma viene fatto uscire anche grazie all’intervento del padre. Ed è a questo punto che al-Awlaki, eludendo i controlli, si sposta nella provincia di Shabwa, dove viene in contatto con l’AQAP. Il predicatore entra nel santuario jihadista e non ne uscirà mai più, se non da morto. È da qui che lancia, sul web e sui social network, la sua “chiamata alla jihad”, è a lui che si ispirerà direttamente al-Baghdadi. Obama chiede una consulenza legale al Dipartimento di giustizia: il suo obiettivo è eliminare al-Awlaki, ma sa molto bene che uccidere un cittadino americano senza un processo susciterà polemiche. Non sa però che i suoi militari uccideranno “per errore” anche il figlio sedicenne del predicatore due settimane dopo la morte di Anwar. Ora, dopo 6 anni, anche la figlia più piccola è rimasta uccisa in un raid americano.

Da queste alterne e convulse vicende, emerge come lo Yemen sia un’area d’interesse strategico per gli Stati Uniti e un punto caldo per la sicurezza nazionale. Ciò spiega il supporto statunitense alla coalizione saudita nella guerra civile in Yemen e la volontà d’installarvi un governo stabile e filo-saudita, posizioni che possono esser lette in chiave anti-iraniana: i paesi del Golfo, infatti, temono una presenza militare iraniana nella Penisola arabica, e queste preoccupazioni acuiscono le tensioni legate al programma nucleare di Teheran.

Di Lorenzo Amarotto

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