Il blocco del Donbass, organizzato da esponenti dei cosiddetti “battaglioni di volontari ucraini”, sta portando conseguenze negative soprattutto all’economia dell’Ucraina, dove è già stato dichiarato lo stato di emergenza nel settore energetico.

Dalla fine di gennaio, questi “volontari”, supportati da un certo numero di deputati della Rada, hanno bloccato la circolazione dei treni merci carichi di carbone provenienti dalle zone del Donbass, non più sotto il controllo di Kiev.

I radicali hanno spiegato che le loro azioni sono finalizzate a combattere il contrabbando, presumibilmente in movimento con il carbone. Il Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU) ha dichiarato illegale la condotta di questi “radicali”, e verso di loro ha aperto un procedimento penale.

A causa della scarsità di carbone il governo ucraino ha dichiarato, dal 16 febbraio, l’emergenza nel settore energetico del Paese. Un certo numero di grandi imprese, a causa del “blocco”, hanno sospeso la produzione, altre sono sul punto di fermarsi.

Gli esperti concordano sul fatto che tale “blocco” minaccia non solo l’industria delle DNR e LNR (Repubblica Popolare di Donetsk e Repubblica Popolare di Lugansk), ma soprattutto la maggior parte dell’economia ucraina, tutte quelle imprese che dipendono dalle spedizioni di carbone da parte delle due Repubbliche non riconosciute.

A causa del blocco del Donbass la più grande azienda metallurgica ucraina l’”Unione Industriale del Donbass” (ISD) ha cessato la sua produzione di ghisa, acciaio, prodotti laminati, coke metallurgico; come pure, ad Alchevsk, è cessata la produzione di energia elettrica. Questo è ciò che è stato riferito dal servizio stampa della stessa ISD.

La società ha inoltre comunicato che nel prossimo futuro sarà fermato il “Dneprovskij Metallurgicheskij Kombinat” (regione di Dnepropetrovsk), dal momento che la sua produzione dipende dalle forniture di coke da Alchevsk, sotto il controllo della LNR.

Nel comunicato si dice: “Esortiamo tutte le parti coinvolte in qualsiasi forma di processi politici e parapolitici su entrambi i lati della linea di demarcazione, di astenersi da forme forti d’interferenza nelle attività delle imprese industriali”.

Si segnala che sul punto d’arresto ci sono già sia gli impianti metallurgici di Enakievo “Donetskstal’” a causa della mancanza di materie prime, che il complesso metallurgico di Dnepropetrovsk, a causa della mancanza di coke.

La ISD comprende anche le seguenti società: la “Alchevskij Metallurgicheskij Kombinat”, “Alchevskkoks”, “Dneprovskij Metallurgicheskij Kombinat Dzerzhinsk”, ISD-Dunaferr (nella città di Dunaújváros in Ungheria), ISD-Huta di Chęstochowa (Polonia).

Come osservato dalla Missione OSCE nella sua relazione: chiudendo le fabbriche metallurgiche di Enakievo si rischia la perdita di 15 mila posti di lavoro nel settore siderurgico. Inoltre, una chiusura degli stabilimenti di Dnepropetrovsk e Alchevsk lascerebbero senza lavoro circa altre 10 mila persone.

A causa del “blocco” del Donbass a rischio chiusura si trova anche lo stabilimento “Azovstal’”.

“Oggi, il complesso “Azovstal’” opera solo al 50% della sua capacità. Se il blocco non verrà fermato subito, andremo sotto il 30%. Il miracolo non è avvenuto! Iniziamo a interrompere!”. Sono le parole, riportate dai media, da parte del direttore generale di “Azovstal’” Enver Tskitishvili.

Se si chiuderà lo stabilimento di Mariupol, potranno rimanere senza lavoro altre 10 mila persone.

Nella fabbrica di ferrolega di Kramatorsk si è dovuto fermare un altoforno per la mancanza di carbone.

Il servizio stampa della società ha osservato che: “A causa delle azioni illegali di persone non identificate in uniforme militare senza insegne è stato bloccato il passaggio a livello a Baksmut”. Ora, le consegne di carburante sono sospese.

Il problema è che l’altoforno, d’inverno, non può fermarsi a lungo. Se entro 10 giorni, non inizierà a lavorare di nuovo, nel suo sistema tecnologico si verificheranno anomalie e andrà fuori fase. Ne deriva che l’impianto dovrà poi fermarsi per un lungo periodo: riparare l’altoforno e trovare nuovi fornitori di carbone richiederà tempo. Tutto questo potrà tramutarsi in perdite di svariati milioni di dollari.

L’impianto di fusione di Kramatorsk garantisce il lavoro a 1.200 abitanti della città, così come fornisce l’energia elettrica alla stazione ferroviaria, all’ospedale e al vicino villaggio.

Sempre a Kramatorsk anche la centrale che fornisce il riscaldamento rischia l’arresto per la mancanza di carbone.

Per produrre acciaio, oltre all’energia elettrica, le fabbriche hanno bisogno di carbone coke; senza carbone devono chiudere. Secondo Musa Magomedov, direttore dello stabilimento di Avdeevka, le riserve di carbone basteranno per soli 15 giorni.

Un duro colpo per il settore energetico ucraino

Si deduce che la stabilità del sistema energetico unificato dell’Ucraina è ora in pericolo a causa dell’embargo commerciale sulle regione di Donetsk e Lugansk (non più sotto l’autorità di Kiev).

Oggi, una parte delle centrali termoelettriche dell’Ucraina funziona con l’antracite, un tipo di carbone di alta qualità che in prevalenza viene estratto da miniere che dal 2014 sono sul territorio della DNR e LNR.

Nove dei 24 milioni di tonnellate di carbone consumate ogni anno dalle centrali che producono energia termica in Ucraina, sono di antracite. Nonostante il conflitto militare nella regione del Donbass negli ultimi due anni l’antracite non ha mai cessato d’arrivare in Ucraina.

Le autorità ucraine hanno criticato le azioni degli autori del “blocco”, sostenendo che la fornitura di carbone dal Donbass è legittima, come tutte le imprese minerarie locali registrate sul territorio controllato dalle autorità di Kiev che pagano le tasse alla tesoreria dello Stato dell’Ucraina. Tuttavia, nessun tentativo di sbloccare la circolazione dei treni da parte delle autorità ha avuto successo.

Quanto questa situazione colpirà il settore energetico dell’Ucraina, dipenderà da quanto velocemente le autorità saranno in grado di risolvere la questione per il ripristino delle consegne di carbone dal Donbass.

La posizione di Zakharchenko

Il carbone è una materia prima di vitale importanza per l’Ucraina, indispensabile non solo per le centrali elettriche, ma anche per la metallurgia. Nel 2013, l’Ucraina ha consumato circa 70 milioni di tonnellate di carbone. Nel 2016, questa cifra è scesa a 53 milioni di tonnellate.

Questo calo è dovuto al fatto che le statistiche ufficiali ucraine dal 2014 non prendono in considerazione gli indicatori dei territori perduti.

Questo dato influisce significativamente sugli indicatori della produzione. Se nel 2013 in Ucraina sono state prodotte 40,8 milioni di tonnellate di carbone, nel 2015, questa cifra è scesa a 17,4 milioni di t.

Prima dell’inizio del conflitto il 70% della produzione di carbone in Ucraina veniva fornita dal Donbass, circa il 20-23% veniva prodotta dalla regione di Dnepropetrovsk e solo il resto dalle regioni occidentali del Paese.


Come ha dichiarato il capo della Repubblica Popolare di Donetsk Aleksandr Zakharchenko: “Già da tempo il Donbass vive in condizioni di “blocco”, la situazione attuale dopo l’inasprimento di queste misure da parte di Kiev non cambierà nulla.

Per quanto riguarda il blocco dei rifornimenti di carbone dal Donbass all’Ucraina, Zakharchenko ha sottolineato che ha soffrine di più, in primo luogo, sarà la stessa Ucraina: “Noi possediamo le nostre centrali di produzioni di energia termica, che con soddisfazione riforniamo di carbone. Produciamo energia elettrica, nelle nostre case si sta bene, c’è luce e fa caldo. Loro (in Ucraina n.d.r.) avranno freddo saranno nella sporcizia e non avranno la luce”.

La posizione di Poroshenko

Il presidente ucraino Petro Poroshenko in una riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale e di Difesa ha sottolineato: “A causa delle azioni assolutamente irresponsabili di politici che sul tema del “blocco” in modo totalmente cinico cercano solo di farsi le p.r. sul sangue, ci sono minacce dirette alla sicurezza energetica dello Stato, perciò tali minacce, oggi, non si estendono solo al settore energetico”.

Ha aggiunto: “Loro “proteggono” la metallurgia ucraina – dal coke ucraino, le famiglie ucraine – dal riscaldamento domestico, le case ucraine – dall’illuminazione ucraina, gli ucraini – dai posti di lavoro, la grivna ucraina – dalla stabilità”.

Il Presidente ha ricordato, in primo luogo, che, a causa della mancanza di carbone termico sono già nati problemi di rifornimento energetico di un certo numero di città da Kiev a Chernigov, a Kramatorsk, a Kremenchug, a Sumy..

In secondo luogo, che esistono rischi evidenti per le imprese metallurgiche, alcune delle quali hanno già dovuto ridurre la produzione a causa della mancanza di materie prime.

Il Capo dello Stato ha inoltre sottolineato come questa situazione crei, in particolare, anche una minaccia per la diminuzione di entrate in valuta estera, visto che solo dal complesso metallurgico il volume delle entrate in valuta estera su base annua è di oltre 2 miliardi di $: “A nessuno serve spiegare le conseguenze: per la politica dei tassi di cambio, per i processi d’inflazione, per il benessere e la vita di ogni cittadino ucraino”.

Ha poi aggiunto: “In terzo luogo, danno l’immagine di uno stato debole, di caos, quando lo Stato non è in grado di ristabilire l’ordine; tale è l’immagine presentata sui media stranieri”.

Inoltre, ha sottolineato come queste azioni abbiano anche l’effetto di screditare l’Ucraina agli occhi della popolazione dei territori “temporaneamente occupati” e quindi creino ostacoli all’eventuale reintegrazione e al ritorno di tali territori in Ucraina, ossia al ritorno dell’Ucraina su questi territori che verranno liberati con mezzi politici e diplomatici.

Fonte. Traduzione e sintesi di Eliseo Bertolasi

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