I venti della guerra continuano a soffiare sulla penisola coreana, purtroppo. Gli avvenimenti degli scorsi giorni, dalla Siria al Pacifico, non fanno che creare apprensione per il futuro delle due Coree.

Il recentissimo attacco missilistico alla base aerea di Al Shayrat ha già sconvolto la massima parte delle molte fazioni presenti sullo scacchiere mediorientale; eppure, questo evento tocca direttamente anche la lontana Corea del Nord. Infatti, mettendo da parte le varie speculazioni su chi e che cosa ci siano davvero dietro l’aggressione, una cosa rimane chiara: l’azione ha avuto l’ulteriore scopo di intimorire i nord-coreani e di scoraggiarli nel compiere nuovi test nucleari, mettendo in luce la possibilità di un’azione rapida e feroce da parte statunitense. Sembra, però, che i piani di Washington non abbiano avuto un esito felice, in questo senso: il governo di Pyongyang, dopo aver fermamente criticato l’attacco, ha ribadito che, al fine di preservare la sicurezza e la stabilità della patria, continuerà la corsa alla dotazione di armamenti atomici.

È appena giunta, inoltre, la notizia che una flotta militare statunitense, capeggiata dalla portaerei nucleare Carl Vinson ha cambiato la sua destinazione (l’Australia), dirigendosi verso la penisola coreana. Le navi, stando alle dichiarazioni del Pentagono, si trovano lì per frenare le “ambizioni nucleari” del governo nord-coreano. La probabilità di un nuovo ed imminente test atomico, infatti, è alta, così come lo è del resto un possibile raid statunitense, simile a quanto già visto in Siria.

In tutto questo, importante sarà la posizione che assumerà la Cina, rea agli occhi dell’amministrazione di Washington di mantenere un atteggiamento fin troppo ambiguo nei confronti di Pyongyang; si tratta di un concetto ribadito anche durante la visita del premier cinese Xi Jinping in Florida. Per la Cina, però, la Corea del Nord rappresenta una strategica “zona-cuscinetto” tra il territorio nazionale e quello della Corea del Sud, sul quale sono presenti ingenti forze statunitensi. Non è da dimenticare, inoltre, la rivalità USA-Cina, che si sviluppa nel grande territorio che va dalla Corea alle Filippine; il governo di Pechino non può permettersi di mostrare debolezze, in tal senso. Un sostegno militare cinese alle forze nord-coreane in un eventuale conflitto diventa, quindi, un opzione non soltanto plausibile, ma addirittura probabile.

Questi sono i principali fattori che rendono instabile la penisola coreana, e più in generale la regione del Pacifico nord-occidentale. I prossimi mesi saranno sicuramente chiarificatori; sarà possibile, infatti, osservare l’evolversi delle politiche statunitensi (dopo il brusco cambio di rotta dei giorni passati, che comporta anche un ricalcolo di buona parte delle previsioni geopolitiche sull’Asia orientale), e l’esito delle elezioni in Corea del Sud, causate dalla destituzione della presidente Park Geun-hye, e che vedono in testa il partito di sinistra Minjoo. È uno scenario mutevole, che di sicuro merita la nostra osservazione.

Di Giuseppe Cammarano

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