Un nuovo, ennesimo soggetto politico si affaccia sulla scena italiana. “Liberi e Uguali”, questo il nome scelto per un organizzazione che dovrebbe riunire sotto un’unica coalizione MDP (Movimento Democratici e Progressisti), SI (Sinistra Italiana), e Possibile. A farsi promotore dell’assemblea dei delegati dei succitati partiti è Pietro Grasso, Presidente del Senato e di recente uscito dal PD, che con queste parole ha accompagnato lo svolgimento dell’evento:

«Ora tocca a noi dimostrare che le istituzioni sono di tutti, che fare politica è un orgoglio, non una vergogna, e tocca a noi realizzare il sogno dei padri e delle madri costituenti, e quindi ripartiamo dai principi fondamentali; c’è in gioco il futuro dell’Italia. E questa è la nostra sfida: battersi perché tutti, nessuno escluso, siano liberi e uguali.»

Belle parole, di certo. La nascita di questa coalizione è un fatto degno di nota; è il segno evidente di un desiderio di cambiamento all’interno della variegata area della sinistra moderata, il quale passa, inevitabilmente, per due vie. La prima, rappresenta la “semplice” voglia di una più o meno reale alternativa all’attuale leadership del Partito Democratico. La seconda, invece, ha una radice più profonda, e si contestualizza nell’esistenza di un’opinione politica che, pur non sostenendo idee radicali, si pone a sinistra del PD stesso. Quest’ultimo ha fatto i conti, di recente, con la sua principale contraddizione: un nuovo gruppo dirigente, giovane e rampante schierato contro la vecchia guardia del partito, quella che lo ha fondato nel lontano 2007. La nascita di Liberi e Uguali, quindi, può esser vista come una valvola di sfogo per questo scontro, che ha visto trionfare la “nuova generazione”; alla prova del voto, tuttavia, bisognerà vedere quanto sarà profonda la cicatrice nel centro-sinistra, perché questi gruppi evitino una coalizione.

L’assemblea costituente, tuttavia, presenta alcune criticità tipiche delle recenti formazioni di sinistra (vedasi quanto avvenuto al Teatro Brancaccio). In primis, il modello proposto estremamente lineare, il copione pare essere sempre lo stesso: la presenza all’assemblea si riduce al quesito su quale dei tanti leader della sinistra prenderà per primo la parola, e su cosa dirà di diverso e particolare. Le similitudini con l’assemblea convocata quest’estate al Brancaccio non si fermano qui: si è ormai istituzionalizzata quella che ormai può definirsi vera e propria autoreferenzialità. Come può un qualsiasi partito politico aver cura dei ceti popolari, se anche l’assemblea costituente avviene in uno spazio chiuso e slegato dalla vita quotidiana, come un teatro o un centro conferenze?

Vi è, infine, un particolare che vale la pena sottolineare: la presenza, tra i pezzi forti dell’area, di Massimo d’Alema. Il suo trascorso politico, composto dal totale supporto all’aggressione militare occidentale dei paesi appartenenti all’area dell’ex-Jugoslava, e dalla sua opera, che di fatto ha annullato buona parte dei progressi sociali ottenuti con fatica nei decenni precedenti, rappresentano tutt’oggi un ricordo difficile per la sinistra, che non metabolizza la sua morte politica, e anzi sembra far finta di nulla. Era presente al Brancaccio (dove, invero, fu bacchettato da Tommaso Montanari proprio per le sue azioni politiche), ed era presente all’assemblea di Liberi e Uguali, tranquillamente seduto in prima fila.

Liberi e Uniti, insomma, si presenta come un’innovazione rispetto alla sinistra italiana attuale. I difetti cronici di questo tipo di iniziative, tuttavia, si ripresentano qui forti come e più di prima. È molto difficile, per chiunque, ritenere che ci si trovi di fronte ad un reale punto di svolta, in tutti i sensi.

 

Di Giuseppe Cammarano

Commenti