“Le osservazioni sconsiderate del ministro della Difesa israeliano sono comportamenti sordide e malvagie e una sfida grave alla Corea del Nord. Gerusalemme dovrebbe pensare due volte sulle conseguenze causate dalla sua campagna contro la Corea del Nord per coprire i crimini legati all’occupazione dei territori arabi e all’interferenza nel processo di pace in Medio Oriente. ”

Così ha commentato l’emittente nordcoreana Korean Central News Agency circa le recenti dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump.

Ma cosa unisce popoli così distanti geograficamente e culturalmente come la Palestina e la Corea del Nord, a parte il fatto di essersi entrambi scontrati con le azioni di Trump in questi ultimi giorni?

La Repubblica Democratica Popolare di Corea si è sempre dichiarata fervida sostenitrice della causa palestinese, coerentemente alle proprie posizioni ideologiche, ovvero opposizione a qualsiasi forma di imperialismo e di negazione dei diritti di autodeterminazione dei popoli. Essa infatti considera ufficialmente Israele come un “satellite dell’imperialismo” e riconosce la sovranità della Palestina su tutto il territorio gestito da questi ultimi, escluse le alture del Golan, conquistate dalla Siria nel 1967, annesse nel 1981 e considerate dalla comunità internazionale come territorio attualmente occupato illegalmente dalle autorità israeliane.

Kim Il-sung, il padre fondatore della RPDC e Yasser Arafat, leader combattente e presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, furono fautori dell’avvicinamento dei due paesi.

Le relazioni tra RPDC e l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) iniziano nel 1966. Kim Il-sung e Yasser Arafat avvicinarono notevolmente i due paesi e dal 1970 la RPDC riforniva di armi e munizioni le formazioni combattenti del paese, oltre a sostenere le cause rivoluzionare di altri movimenti di sinistra in tutto il Medio Oriente, oltre che militarmente durante la Guerra dello Yom-Kippur dove ricordiamo un memorabile scontro tra F-4 raptor israeliani e MiG-21 nordcoreani . Ma dopo il crollo dell’Unione Sovietica e l’apertura diplomatica della Cina, la strategia nordcoreana ha dovuto accorciare il calibro, cambiando l’esportazione rivoluzionaria in pragmatismo diplomatico. Da allora la RPDC continua a supportare il governo siriano e la causa palestinese pacificamente, malgrado i toni alti delle sue dichiarazioni, e ha sempre condannato fortemente ogni azione israeliana nella regione, ruolo accolto calorosamente da parte di Hamas (che non ha mancato di elogiare la Corea, domenica scorsa, circa le loro dichiarazioni).

Il governo israeliano, che sostiene la linea del disarmo nucleare della RPDC, ha più volte sollecitato l’attenzione della comunità internazionale per attuare “risposte decisive” al pericolo nordcoreano, mentre l’intelligence affermò di aver intercettato comunicazioni tra esponenti della RPDC e della Siria sulla consegna di “materiale bellico avanzato” e nel 2007 fu fautore del bombardamento di un presunto reattore nucleare a Deir ez-Zor, dove morirono anche diversi scienziati nordcoreani, che presumibilmente stavano coadiuvando lo sviluppo tecnico siriano. All’inizio persino gli ispettori delle Nazioni Unite dichiareranno che non c’erano prove sufficienti per affermare che il sito bombardato fosse effettivamente un impianto per lo sviluppo nucleare poi.

Ad oggi le relazioni tra RPDC e Israele sono considerate da questi ultimi come “estremamente ostili”. Non è difficile comprendere perché, considerato il fatto che, probabilmente, è il paese che più strenuamente sostiene la Palestina. La Corea del Nord non ha mai riconosciuto l’effettiva statualità di Israele.

 

Di Federico Conti

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