“Quella mattina era stranamente nebbiosa e fredda per essere a Schofield Barracks, nelle Hawaii. Ho baciato mia moglie e il mio primogenito di cinque anni e sono salito sul bus che avrebbe iniziato la mia avventura in Iraq, come ufficiale esecutivo di un battaglione di fanteria su Stryker.”

L’esercito degli Stati uniti conta il più alto numero di soldati affetti da Disturbo post traumatico da stress, quasi tre milioni di veterani delle guerre in Iraq ed Afghanistan. Jim Craig, professore dell’Università del Missouri St.Louis e veterano della guerra in Iraq, racconta così la sua esperienza alla rivista War on the Rocks: “mi sono arruolato nel 1993, in un periodo in cui i nostri dispiegamenti peggiori consistevano nel venir assegnati per un mese in Luisiana o in California, dove ci addestravamo tutto il giorno. Quando invademmo l’Iraq ero ancora in accademia e non fu prima del 7 Dicembre 2007 che conobbi il mio “giorno dell’infamia”. Ricordo di aver provato vergogna, come se avessi scelto la mia carriera a discapito della mia famiglia. Lasciare mia moglie sola con mio figlio, migliaia di miglia lontano da casa, mi sembrava ingiusto. Ero ansioso, spaventato. Tutto ciò avrebbe influito sulle mie prestazioni? Farò bene il mio dovere? Prenderò le giuste decisioni? Porterò a casa i miei soldati da Baghdad?” Ma a discapito di queste iniziali sensazioni, il mio dispiegamento mi ha cambiato in meglio praticamente sotto ogni aspetto”.

“Il combattimento lo percepivo come un’astrazione, non come realtà” ha proseguito Jim.

“E’ stato sporco, sanguinolento e emotivamente devastante. Ma è stato anche magnifico. E’ stato esilarante, divertente, e se posso dirlo, l’ho amato. Ho amato i soldati, uomini e donne, con cui ho lavorato e li amo ancora oggi. La mia esperienza di guerra è stata trascendente, e io sono cambiato. Vedete, a discapito di ciò che si sente, i veterani non finiscono sempre traumatizzati dalle loro esperienze. Da ciò che ho visto, più spesso che raramente, i veterani escono rinforzati dalle esperienze provanti. Sperimentano la crescita post-traumatica. Io l’ho fatto. La mia famiglia l’ha fatto. Mia moglie ha affrontato il suo lavoro e un bambino predisposto a febbre e otite. Ha passato sola due compleanni e due natali, eppure ha perseverato. Sono tornato a casa dopo 15 mesi da un ragazzo che camminava e parlava ed un matrimonio resiliente, rinforzato da sacrifici reciproci. E’ vero, ci sono alcuni che hanno bisogno di aiuto. Il loro sforzo è legittimo e le sfide sono significative. Per questi veterani è più difficile, ma anche loro possono crescere. Dove ora insegno, ho a che fare con i veterani ogni giorno, e sono costantemente sorpreso dalla reattività dei più giovani”.

E’ facile considerare la dissociazione del soggetto colpito come espressione estrema del DPTS, ma attualmente non esistono correlazioni statistiche tra i due fenomeni, secondo uno studio pubblicato sulla Rivista dell’Associazione Medica Psichiatrica Americana. Esiste un nesso, ma è una relazione complicata, poiché quegli stessi soggetti spesso possedevano disturbi mentali ancor prima di subire l’evento traumatico. Si stima infatti che per quanto traumatica l’esperienza subita possa essere stata, circa l’80% dei soggetti affetti da DPTS superano il disturbo, con una migliore reattività tra soggetti giovani.

Questo ovviamente non vuole giustificare lo sforzo bellico statunitense in Medio Oriente né tanto meno gli interessi politici di queste operazioni militari, ma sottolineare l’utilità formativa che lo spirito di corpo e le responsabilità militari possono avere per le nuove generazioni.

“I veterani e le loro famiglie potranno cambiare, ma non prendeteli per deperiti. Se conosci un veterano, o se ne incontri uno, parla con lui, connettiti con quella persona. Chiedigli delle sue esperienze. Sono pronto a scommettere che scoprirai una storia di crescita post-traumatica.”

Di Federico Conti

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