Negli ultimi mesi il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha annunciato a più riprese la chiusura della frontiera con la Colombia, lunga più di duemila chilometri, giustificando tale atto con motivi economici e politici.: un contrabbando di armi e merci lungo il confine non faceva altro che alimentare un commercio illegale gestito da bande criminali.

Juan Manuel Santos Calderón, presidente della Colombia dal 2010, non ha preso bene questa decisione, e conscio dalla situazione difficile cui versa il Venezuela, starebbe preparando l’opinione pubblica a una guerra coltro il Venezuela. Recentemente ha dichiarato che il Venezuela resta il suo peggior incubo, inseguendo le dichiarazioni precedenti del venezuelano Julio Borges, che aveva affermato che fintanto che la democrazia non fa capolino in Venezuela, il processo di pace in Colombia è in pericolo.

Anche Trump, in questa botta e risposta tra i due governi, si è inserito, in realtà seguendo un disegno già presente durante l’amministrazione Obama, sebbene l’ex presidente fosse più cauto nella dichiarazioni e nel mettere in pratica ciò che i suoi chiedevano, facendo capire che il ruolo della Colombia è essenziale nella gestione e nel contenimento del Venezuela. La Colombia, infatti, resta il principale avamposto filoamericano nell’America latina, che ha sconfitto la rivoluzione bolivariana.

L’unica voce fuori dal coro sarebbe quella del senatore colombiano Iván Cepeda, che ha ricordato a tutti che bisogna essere grati al governo venezuelano per aver aiutato la Colombia nel perseguimento della pace e ai cittadini venezuelani per aver ospitato per anni milioni di colombiani fuggiti dalla violenza e dalla povertà della Colombia.

È evidente che il Venezuela sta scivolando sempre più nel baratro, la situazione interna è precaria, e i vicini stanno cercando di farla cadere sempre più in basso. Forse, un nuovo periodo imperialista sta per iniziare.

Dylan Berro

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