La Svimez, un ente per lo studio delle condizioni economiche del Mezzogiorno, ha calcolato in 15 miliardi e 800 milioni di euro l’impatto sul prodotto interno lordo italiano dato dalla minore produzione dell’Ilva di Taranto. L’arretramento produttivo della grande acciaieria fra il 2013 e il 2017 ha le proporzioni di una manovra sui conti pubblici in tempo di recessione.

La perdita di ricchezza nazionale legata alla crisi dell’azienda siderurgica (commissariata nel 2013 dal Governo Letta) è lineare: 3,22 miliardi di euro di Pil in meno nel 2013, 3,23 miliardi nel 2014, 3,42 miliardi nel 2015, 2,5 miliardi nel 2016 e 3,47 miliardi nel 2017.

Scrive in proposito Paolo Bricco de Il Sole 24 ore: «Con il cinismo dei numeri, che non considerano gli sforzi o i ritardi nella annosa risoluzione del problema ambientale che rimane il cuore della vicenda Ilva, appare evidente quanto l’impatto economico sia profondo e pervasivo per la fisiologia intima del Paese. Basti pensare che, per gli effetti diretti e indiretti della minore produzione della acciaieria di Taranto, fra il 2013 e il 2017 l’export nazionale è stato decurtato – nei calcoli effettuati dall’economista della Svimez, Stefano Prezioso – di 7,4 miliardi di euro. Questo dato mostra quanto l’incapacità – dei precedenti proprietari e della politica, della giustizia e dei sindacati – di trovare un reale e persistente punto di equilibrio in questa vicenda abbia lesionato non poco la natura manifatturiera e orientata all’export di un Paese delle fabbriche che ha avuto nella siderurgia – fin dagli anni Cinquanta – una delle sue componenti principali».

Impossibile non notare in tutto questo l’incapacità dello Stato italiano di prendere le redini di settori strategici come il siderurgico, minando gravemente lo sviluppo economico del Paese e avvantaggiando la concorrenza estera, che negli ultimi anni ha potuto incamerare ampie fette dell’industria italiana.

Sempre Il Sole 24 ore rileva infatti come la stasi dell’Ilva ha significato il successo «dei gruppi stranieri nel conquistare quote di mercato e nel prendersi le parti più ricche della catena del valore nelle forniture di acciaio alla manifattura italiana». Una perdita aggiuntiva quantificabile, per 5 anni, in 2,9 miliardi di euro.

La trasformazione dell’Ilva in un “gigante dai movimenti ridotti”, poi, ha comportato una perdita in investimenti fissi lordi nazionali per ulteriori 3,7 miliardi di euro. Un danno visibile e quantificabile cui va però sommato un danno conseguente e di più difficile stima: la ridotta diffusione informale di innovazione verso i clienti e i fornitori, che sono per lo più piccoli e medi imprenditori (la vera spina dorsale dell’economia italiana). E il tutto si ripercuote a cascata sui consumi delle famiglie.

Una faccenda, insomma, fortemente negativa e deleteria per l’intero sistema-paese, nella quale è palpabile la scarsa efficacia delle azioni intraprese dallo Stato italiano.

 

Di Lorenzo Amarotto

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