Nel 2014 l’allora presidente Barack Obama, consapevole dell’impossibilità di combattere una vera guerra contro la RPDC, ordinò l’intensificazione di cyber-attacchi alle loro reti, allo scopo di rallentare il programma missilistico del paese.

La richiesta è stata supportata dalla strategia conosciuta col nome di “Left of launch”.
Si tratterebbe di effettuare attacchi preventivi nei confronti di capacità missilistiche avversarie, sulla base della considerazione che tali capacità rappresentano un pericolo per americani e alleati. È interessante osservare come la strategia del “Left of Launch”, così chiamata perché l’attacco può raggiungere il sistema missilistico prima ancora che il missile sia lanciato, sembra essere stata sviluppata sia per garantire dei risparmi, sia perché considerata una valida alternativa per contrastare i sistemi missilistici avversari in determinate aree dove l’impiego dei classici sistemi cinetici è considerato troppo rischioso o poco opportuno.
Sembra inoltre che dal 2014, anno in cui il presidente Obama avrebbe autorizzato la strategia del “Left of Launch”, il fallimento dei test nordcoreani sia stato sempre più frequente…

In seguito all’elezione di Donald Trump, l’ex presidente ha sentito di dover confidare al nuovo eletto le sue (non specificate) preoccupazioni circa la presunta minaccia della RPDC alla sicurezza nazionale, dopo anni di silenzio da parte della sua amministrazione e dell’ esercito statunitense. Non ci è dato sapere se tali cyber-attacchi abbiano efficacemente modificato l’esito dei test, che ricordiamo aver fatto cilecca svariate volte proprio dopo il 2014, ma è impossibile ignorare la continuità del progetto di guerra informatica iniziata da Obama e tramandata a Trump (parallelamente alle provocazioni sotto forma di “esercitazioni militari”, tra cui la preannunciata esercitazione aerea congiunta tra Stati Uniti e Giappone, la più grande mai sostenuta in 70 anni. Specialmente se si considerano le confidenti affermazioni del vice presidente Mike Pence che, in seguito all’annuncio del lancio di un missile nordcoreano lo  scorso aprile, affermava:

«È un test fallimentare, a cui seguirà un altro test fallimentare. Non dobbiamo sprecare un minuto contro queste mosse».

Ironico come i toni siano cambiati oggi.

A prescindere dalla questione coreana e chi si possa voler supportare nel conflitto e per quali ragioni, le nazioni di tutto il mondo sembrano volutamente ignorare la gravità di tali rivelazioni, o per meglio dire dichiarazioni, da parte del colosso statunitense. Sarebbe interessante sapere come il Diritto Internazionale  consideri l’utilizzo del termine “attacco preventivo”. Ma è evidente che se agli Stati Uniti non interessa più discutere le questioni climatiche con la comunità internazionale, difficilmente questionerebbe le sue politiche egemoniche militari.

di Federico Conti

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