Il 9 Dicembre, a seguito della dichiarazione di Putin sulla fine della guerra in Siria e sulla sconfitta dello Stato Islamico (IS), il Premier iracheno Al-Abadi ha dichiarato la vittoria sui jihadisti.

La fine del conflitto armato  (o meglio: della sua fase più “territoriale” e simmetrica) tuttavia non vuol dire pacificazione per il Medio Oriente; soprattutto per i Paesi da cui provengono i foreign fighters.

L’Europa è sicuramente nel mirino e, com’è naturale, i media del Vecchio Continente si concentrano su questo rischio, mentre resta sotto un cono d’ombra la questione dei foreign fighters africani, sollevata proprio oggi da Smail Chergui,  Commissario dell’Unione Africana (UA) per la Pace e la Sicurezza.

Il Commissario dell’UA ha infatti messo in guardia i Paesi africani del possibile ritorno nei prossimi anni di ben 6000 jihadisti africani ora presenti in Medio Oriente.

Il ritorno di questi elementi in Africa pone delle serie minacce alla sicurezza e alla stabilità degli Stati interessati e richiede, secondo Chergui, una cooperazione intensa tra i Paesi africani.

Così come in Europa, anche in Africa la comune minaccia terroristica transnazionale diventa motore di integrazione in virtù della maggiore efficacia di strategie comuni di contrasto e soprattutto di scambio diretto ed efficiente di informazioni d’intelligence su questi soggetti pericolosi.

Si tratta di decisioni importanti a cui bisogna far fronte quanto prima. Se già nel Vecchio Mondo il ritorno dei jihadisti pone dei pericoli importanti, in Africa la questione sarebbe ben più pericolosa, con potenziali ripercussioni anche per noi. Infatti si parla di paesi che, se confrontati con le proprie controparti europee, sono molto più fragili, frammentati e meno capaci di garantire il controllo del territorio, come si è visto in questi anni in Mali con la dichiarazione di indipendenza dell’Azawad, o in Nigeria con Boko Haram. Il pericolo è la tenuta stessa di molti Paesi Africani.

German Carboni

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