Si riaccende la conflittualità in Israele a seguito della decisione presa da Trump di spostare l’Ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendola di fatto capitale dello Stato Ebraico. La decisione è l’attuazione di una legge approvata dal Congresso Americano nel 1995 e votata anche da numerosi esponenti democratici tra cui Joe Biden, Dianne Fenstein e Bernie Sanders.

Se alcuni volti della sinistra americana si dimostrano tanto “versatili”, lo stesso non si può dire di altre personalità come la giornalista israeliana Amira Hass.

Figlia di due sopravvissuti dell’olocausto la Hass è tutt’ora l’unica giornalista israeliana ad aver vissuto tra i Palestinesi ed ad aver riportato direttamente da lì, traendo dalla propria esperienza posizioni dibattute, spesso contrarie sia alle posizioni ufficiali del governo israeliano sia alle posizioni dei gruppi politici palestinesi più importanti.

E così la Hass con la stessa coerenza ed etica si fa ora sentire su Haaretz con un articolo di forte condanna dell’operato di Netanyahu e delle autorità israeliane. Dando una visione complessa dell’intero conflitto, di cui le ultime violenze sono solo l’ultima e più visibile manifestazione.

«noi siamo gli occupanti, i torturatori, gli aguzzini». 

«Questa è una guerra. […] I palestinesi combattono per la loro vita, nel vero senso della parola. Noi ebrei israeliani combattiamo per proteggere il nostro privilegio di padroni, nel senso più spregevole del termine»

A differenza di molti commentatori si fa un passo avanti molto importante nell’analisi del conflitto, vedendo sì nell’elemento religioso e nazionale una linea di separazione delle comunità, ma non il suo essere in sé il motore primo del conflitto. Questo viene individuato piuttosto nella condizione asimmetrica delle due comunità, su cui si regge lo stesso stato israeliano.

«I giovani palestinesi non vanno a uccidere gli ebrei perché sono ebrei, ma perché noi siamo […] i ladri della loro terra e della loro acqua, i distruttori delle loro case, un muro davanti al loro orizzonte»

Quella tra Israele e la Palestina è una guerra su più livelli che, costituendo le fondamenta dello Stato Israeliano, struttura le gerarchie di potere e non può non permeare anche la vita sociale, politica e culturale del Paese. La Hass lo ribadisce quando sostiene che la guerra è anche informativa e culturale.

«Nemmeno questo giornale ha le risorse per ingaggiare dieci giornalisti e riempire venti pagine al giorno con i resoconti delle aggressioni in tempi di violenze crescenti e degli attacchi dell’occupazione in tempi di calma, dai colpi di fucile alla costruzione di una strada che distrugge un villaggio alla legalizzazione di un insediamento a milioni di altri attacchi. Ogni giorno.

L’obiettivo di questa guerra unilaterale è costringere i palestinesi a rinunciare alle loro terre. […] Questi privilegi sono il fattore chiave che distorce la nostra percezione della realtà, rendendoci ciechi. A causa dei nostri privilegi non riusciamo a capire che anche con questa leadership palestinese debole e “presente-assente” il popolo palestinese, sparpagliato nelle sue riserve indiane, non si arrenderà mai e continuerà a trovare la forza per resistere a noi padroni.»

Essere indifferenti a ciò che sta accadendo vuol dire accettare e sostenere con la propria passività un regime fondato su una guerra perenne. Il fatto che ci sia una linea etnico-religiosa a dividere le due fazioni non vuol dire che qualsiasi posizione presa da una parte o dall’altra equivalga ad un appiattimento sulla questione “razziale”, anti-semita o anti-araba, ma piuttosto ci si pone a favore o contro un intero sistema di oppressione e guerra perpetua, che prescinde la “frattura nazionale” in questione, e Amira Hass con i suoi articoli è la prima a dimostrarcelo.

di German Carboni

 

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