Dopo due ore di incontro le porte della sede della Confcommercio di Piacenza si aprono, e ad uscire sono alcuni volti spossati da una dura lotta. Lì, dove Amazon aveva accordato un incontro con le organizzazioni sindacali, resta terra bruciata. Il primo volto a parlare è quello di Fiorenzo Molinari (Filcams CGIL) che conferma quello che l’espressione già ci aveva comunicato:

«Da loro ci divide tutto. E purtroppo dall’azienda abbiamo ricevuto le solite risposte. Ci dicono che sono aperti al confronto, ma non sono disponibili a mettere nulla per iscritto».

Il che dovrebbe darci un’idea su quale sia la nozione di “confronto” propria della dirigenza di Amazon: va bene scambiarci opinioni e parlottare un po’, ma alla fine le decisioni le prendiamo noi, e a noi delle vostre richieste non ce ne frega niente.
Poi arrivano le parole di Pino De Rosa (Ugl Terziario):

«La sala non era adatta all’incontro. C’era il divieto di fumo che però è stato assolutamente trasgredito da Amazon visto che è stata una riunione “tutto fumo”».

Così, a un incontro indetto in primis per ribadire le rivendicazioni economiche del lavoratori (nello specifico la stesura di un contratto integrato) si va a sovrapporre una visione di portata più grande che riguarda le condizioni in cui versa il lavoratore di Amazon.  Eppure il silenzio del colosso dell’e-commerce non è completamente muto, ma ci dice qualcosa: ci dice, schiettamente, che la grande multinazionale è sorda ad ogni richiesta. Pasolini l’avrebbe chiamata “l’anarchia del potere”. Nono c’è nulla di più anarchico del potere, il potere fa ciò che vuole, e in questo caso fa la cosa più violenta di tutte: non fa nulla. L’azienda commenta con una nota:

 «Continuiamo a lavorare come di consueto. Amazon è un datore di lavoro corretto e responsabile. Siamo orgogliosi di avere creato oltre 3mila posti di lavoro in Italia e nelle prossime settimane rimarremo focalizzati sul Natale e sulle consegne ai nostri clienti».

In questa nota è tutta visibile la netta volontà di Amazon a chiudere gli occhi. A nulla valgono le proteste che, sempre nel centro logistico di Castel San Giovanni (provincia di Piacenza), erano esplose durante il Black Friday. E forse ancora meno vale il fatto che simili proteste sono divampate anche in Germania. A nulla vale il dato che simili proteste esplodano ciclicamente. Ancora ricordo lo sciopero dell’Agosto 2014, quando i lavoratori di Castel San Giovanni denunciavano ricatti lavorativi inammissibili in un paese civile:

« Chi viene assunto a tempo determinato vive nella paura di non essere rinnovato e non può che accettare tutto ciò che gli viene propinato dal manager di turno, il tutto accompagnato dal rifiuto categorico ad ogni forma di sindacato o rappresentanza dei lavoratori; il che relega anche chi è assunto a tempo indeterminato in una situazione di impotenza».

La conseguenza era che i lavoratori potevano liberamente rifiutare gli straordinari, e l’azienda poteva liberamente decidere di licenziarli. Com’è bella la libertà (senza diritti).
E tutto questo per rimanere in Italia. Negli Stati Uniti, che di libertà se ne intendono, i lavoratori del colosso dell’e-commerce dormono nelle proprie auto. Le condizioni economiche in cui versano fanno sì che una casa sia troppo a cui aspirare, e il precariato ricorda loro che muoversi è necessario, e che quattro ruote sono importanti. Così vivono alcuni lavoratori, nuovi nomadi, dispersi nel mercato liquido del lavoro, alla deriva.

Commenti