Dopo il vertice di ieri a Parigi, il premier Paolo Gentiloni ha dato il via libera all’invio di 470 militari italiani e 150 mezzi in Niger.

A partire da gennaio, i nostri militari, oltre ad addestrare l’esercito locale, saranno impegnati nella lotta al terrorismo islamista, che ha trovato nei territori subsahariani del Sahel una culla fertile.

La prima parte del contingente italiano si stanzierà a Madama, nel Nord del paese, e avrà come compiti principali il contrasto alle cellule terroristiche e lo smantellamento delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani diretti verso l’Europa. Una seconda parte, numericamente più esigua, andrà invece nella capitale Niamey, dove si occuperà in via prioritaria di addestrare le forze armate del paese.

La missione è particolarmente insidiosa, dal momento che l’area è infestata da milizie islamiste legate all’ISIS o ad al-Quaeda, che potrebbero ingrossarsi ora che il Califfato in Medio Oriente è stato territorialmente sconfitto e i suoi combattenti cercano rifugio negli Stati africani privi di reale controllo governativo.

È pertanto auspicio comune che la missione internazionale – fortemente voluta dal Presidente francese Emmanuel Macron e finanziata da Unione Europea, Stati Uniti, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – non si rivesta di mire imperialistiche, ma sia di effettivo contrasto al terrorismo e serva a limitare i flussi migratori che proprio da quelle zone partono, a beneficio dell’Europa. Infatti, un impegno concreto degli Stati europei di aiuto allo sviluppo della cintura del Sahel – che negli ultimi anni, complici i cambiamenti climatici, sta vivendo una progressiva desertificazione – dovrebbe allentare la pressione migratoria sul Mediterraneo.

 

Di Lorenzo Amarotto

 

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