Il nuovo millennio segnò l’inizio di una nuova era: l’era di internet. Dagli anni 2000 con la sua progressiva affermazione si è formato un nuovo spazio virtuale dove le dinamiche della vita politica, economica e sociale si riflettono, operando però in un luogo che differisce da quello fisico (territoriale) per la sua mancanza di regolamentazione.

È notizia di ieri che la Cina ha deciso di accettare per la prima volta i giganti di internet all’interno del suo spazio fisico e virtuale. L’apertura cinese a Facebook e Google presenta come condizioni l’obbligo, per i due colossi, di sottostare alle censure e alle dure leggi che regolamentano l’utilizzo di internet. Il guadagno per le multinazionali sarebbe l’accesso a un enorme mercato, un mercato di 751 milioni di utenti internet. La Cina dunque, uno dei pochi stati rimasti indipendenti all’egemonia occidentale, fa valere con successo la sua sovranità sul cyber spazio, e in particolare su quei grandi soggetti che in questo hanno costruito la loro fortuna, le multinazionali.

L’Italia, d’altro canto, ben allineata con gli interessi e le esigenze occidentali, dal 2013 mostra interesse nel controllare i giganti di internet unicamente in relazione ad un tornaconto economico personale. Questi infatti, seguono ogni possibile escamotage consentito dalle leggi fiscali per pagare le tasse dove più gli conviene, in Irlanda. L’Italia e gli altri paesi dell’Unione hanno stimato che dal 2013 al 2015 abbiano perso 5,4 miliardi. Si trova qui la ratio della proposta della web tax, elaborata dall’Europa, che mira a intercettare la perdita subita da ciascuno stato europeo.

Una tassa che mira a ricevere la propria parte di profitto dai colossi del web senza nessun’altra pretesa, mentre c’è chi, nutrendo una sempre più rara predilezione per la propria facoltà decisionale, pone limiti non solo economici alle multinazionali che operano nel loro territorio.

di Costanza Gabellini

Commenti