Dure scene di repressione poliziesca tornano ad agitare lo scenario argentino. Si ha quasi l’impressione, in tal senso, di rivivere il terribile passato della dittatura. Responsabile è il governo neoliberista di Mauricio Macrì, che fin dal suo insediamento, nel 2015, ha eroso la gran parte dello stato sociale costruito in anni e anni di lavoro.

Questa volta, a venir toccate, sono le pensioni: non saranno più le entrate fiscali a determinare l’entità della pensione, ma bensì l’inflazione. E sono subito iniziate le proteste: l’accusa -così come per il resto delle manovre economiche di Macrì- è che in questo modo si vadano ad avvantaggiare esclusivamente i benestanti, trascurando invece la maggior parte della popolazione, gravemente impoverita dalle già molte crisi economiche argentine.

Alla rabbia dei manifestanti, come già detto, si è opposta la durissima risposta delle forze di polizia. Partendo da un presunto attacco compiuto da dei rivoltosi, dunque, sono molte le notizie di gravi violenze compiute sotto l’egida del Governo. I media locali e non riportano numerosissimi feriti, anche gravi, colpiti dai proiettili di gomma, così come dalle camionette lanciate contro la folla, composta in buona parte da anziani e donne. Anche il mondo dello spettacolo e della cultura si è rivoltato a Macrì: Diego Maradona, che su Twitter fa sapere del suo appoggio totale ai manifestanti, nonché numerosi scrittori e giornalisti, denunciano la dura violenza della repressione.

Fa sorridere l’evidente presa di posizione da parte dei gruppi politici e d’informazione nostrane, circa l’evoluzione delle politiche in Sud America. Perché, se è vero che contro il Venezuela chavista (che pure ha le sue contraddizioni, sia chiaro) si è scatenato un vero e proprio esercito mediatico, sui gravi problemi dell’Argentina dominata dal neo-liberismo più sfrenato, si tace nel modo più assoluto.

di Giuseppe Cammarano

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